Tortura medievale del fuoco all’Isola dei Famosi

Cari amici, confessate che lo avete pensato anche voi se stavate guardando l’Isola dei Famosi l’altra sera. Le bellissime Paola Caruso e Gracia de Torres appese a due corde (da cui sfortunatamente si potevano staccare a loro piacimento..) e torturate con il fuoco.

Una immagine eccitantissima che molti di voi hanno sicuramente apprezzato e sognato di ripetere! E noi con voi!

Quali altre sorprese ci riservera’ l’Isola quest’anno? E comunque la schiava piu’ intrigante di tutte sarebbe sicuramente la Marcuzzi!

 

 

 

Schiava prova per la prima volta dolore e piacere

Daniela era passata apposta dalla galleria prima di correre all’università: voleva vederlo, baciarlo, stringerlo anche un minuto soltanto. Lui le mancava, ogni istante lontano era una sofferenza indicibile. Passò di fronte a Ivana, la pettoruta segretaria, una biondona platinata da mozzare il fiato. Daniela sbirciò le lunghe gambe sotto la scrivania: cosa non avrebbe dato per averle così chilometriche! Ivana alzò gli occhi su di lei, la fissò con uno strano sorriso. Sapeva che andava da Giovanni, sapeva che, molto probabilmente, scopavano insieme e che lei era a caccia di un posto per i suoi quadri nella galleria del professore. Rise e Daniela ebbe la precisa sensazione che la prendesse in giro. All’improvviso le venne il dubbio che forse Giovanni si scopava anche lei, che magari mentre erano a letto insieme, in quello stesso letto in cui aveva fatto l’amore con lui, ridevano alle sue spalle, ridevano della ragazzetta che si lasciava fare di tutto senza saper mai dire di no. La odiò.
E avrebbe voluto scaraventarsi su di lei e affondarle le unghie, lunghe e appuntite, nel bel viso truccato.
E poi avrebbe voluto afferrare anche lui e obbligarlo a baciarla in pubblico, davanti a Ivana e a tutti gli altri, perchè non vi fossero dubbi che stavano insieme, che lui le apparteneva. Entrò nel suo studio e Giovanni alzò la testa, la guardò e non la salutò.
· Problemi? – gli domandò sedendosi sulla poltrona di fronte alla scrivania e lasciando cadere a terra lo zaino.
Lui non rispose, come se non avesse neppure sentito la domanda. Daniela avrebbe voluto stuzzicarlo, parlargli, farlo ridere, ma il suo volto severo la bloccava, la intimidiva: aveva una tremenda paura di sembrargli sciocca e superficiale. Rimase lì, di fronte a lui, immobile, finchè lui non si alzò, ripose le scartoffie su cui stava lavorando e le fece cenno di seguirlo.
Uscirono camminando a fianco, senza parlarsi, senza sorridere. Passarono davanti alla segretaria che invece sorrise eccome, vedendoli uscire, salirono in auto e poi lui guidò tranquillamente verso casa. Daniela tentò di farlo parlare, ma capì subito che lui non ne aveva voglia. Era ostile, lontano e lei si sentiva di troppo, un intralcio per lui, per i suoi progetti.
· Posso tornare in città se non vuoi vedermi, se hai da fare! – disse, mentre un dolore sordo le si insinuava nel petto.
· Ti annoi? – domandò ancora, con un groppo alla gola.
Lui la guardò e non disse niente. Daniela soffriva per la sua fredda indifferenza, per quel distacco che la faceva sentire un’estranea. Entrarono in casa.
Lui si versò da bere e non gliene offrì, come non ci fosse neppure. Poi andarono in camera da letto.
Le fece togliere il cappotto e poi lasciò che continuasse da sola mentre lui faceva lo stesso.
Non le aveva ancora detto una sola parola e Daniela si sentiva male e fuori posto: che senso aveva scopare in quel modo? Come due estranei?
Non ebbe il coraggio di togliersi anche le mutandine e quindi lasciò che fosse lui a sfilargliele, trascinandola poi sotto le lenzuola. Avrebbe voluto dirgli tante cose, ma la sua freddezza la bloccava. Quindi gli permise di accarezzarla, di toccarla, di coprirla col suo corpo, guardandola negli occhi, ma forse non vedendola neppure.
· Dimmi che mi vuoi almeno un po’ di bene – sussurrò lei stringendolo.
Neppure le badò.
Le aprì le gambe e neanche attese che la fessura le si inumidisse di desiderio, che Daniela avesse voglia di lui, del suo cazzo. Semplicemente le sprofondò nel ventre, con un gesto preciso e freddo che la fece gridare per il dolore fisico, ma forse più ancora per il male che aveva nell’anima.
Lo strinse, mentre si dimenava dentro di lei e le parve tutto così assurdo, così crudele. Erano due estranei, perchè illudersi del contrario?
Non si poteva desiderare e tanto meno amare un uomo simile, capace di scopare con tanta indifferenza; di trattarla come fosse stata una troietta qualunque, raccattata sull’angolo di una strada per pochi minuti di freddo piacere.
Rimase immobile sotto di lui e mentre grosse lacrime le rigavano le guance, un calore le si allargava nel basso ventre.
· E’ solo una reazione istintiva! – ripeteva tra sè. – Io non lo desidero affatto… –
E soffriva veramente! Quindi com’era possibile che d’un tratto la sua femminilità fosse gonfia e umida come prima di un orgasmo?
Strofinò il viso contro quello di lui, per convincersi che quel lui era reale, di carne ed ossa e non un freddo manichino. E le sue lacrime andarono ad inumidirgli il viso. Lui sapeva che stava piangendo, lo sentiva, ma ugualmente non si fermava e non si addolciva. Lui godeva di quel suo dolore che per quanto autentico non sapeva risparmiarle l’orgasmo.
L’afferrò per i capelli rabbiosamente e Daniela gridò, mentre nello stesso tempo la fessura le diventava calda e pulsante come un piccolo cuore.
Perchè tutto ciò le dava emozioni così intense, così contrastanti e dolorose? Perchè nonostante il dolore, il piacere diventava reale e la consumava come un incendio devastante?
E lui, cosa provava?
Lo sentì affondare il viso contro il suo seno, soffocare un sospiro. Poi allungò le mani sul viso di lei e s’inumidì le dita delle sue lacrime. Gli sfuggì un gemito: la prova tangibile del dolore di Daniela lo faceva diventare pazzo. Prese a rovistarla con più foga, con forza inumana. Voleva romperla, distruggerla. Voleva riempirsi le orecchie e la testa delle sue urla, voleva annegare nelle sue lacrime, voleva che il dolore le venisse da lui, farla piangere a causa sua.
Si aggrappò al collo di lei e quando la sentì ansimare, in cerca d’aria per respirare, gli parve che una lama rovente gli trafiggesse il cervello e il corpo, che quella lama incandescente divenisse il suo cazzo dentro il morbido corpo della ragazza.
Strinse, strinse le mani attorno al suo esile e pallido collo, mentre una nebbia rossa gli offuscava la mente.
· Tesoro mio! – sussurrò mentre il grido di lei, che terrorizzata riusciva finalmente a liberarsi dalla sua stretta mortale, gli esplodeva nel cervello, così mentre lui esplodeva dentro di lei.
A Daniela bastarono quelle due parole, quella tenerezza al culmine della follia, un sussurro al limite del dolore, perchè la ragione cedesse all’istinto e l’attimo travolgesse la paura per trasformarsi in un lunghissimo orgasmo.