La sottomissione di Schiava Daniela

Daniela fissava il quadro appeso alla parete come ipnotizzata. Col naso in aria e lo sguardo assorto, seguiva il profilo della donna dipinta, di quel corpo morbido e opulento, nudo, abbandonato come dopo l’estasi di un’emozione intensa. Fissava le catene che le tenevano uniti i polsi, il pallido triangolo del sesso racchiuso tra le cosce quasi con pudore.
Non si accorgeva della gente che le ronzava attorno, degli altri visitatori, non ricordava neppure più di essere in un museo. Lo zaino le penzolava dalla spalla come un animaletto, addormentato sopra il lungo cappotto nero che sfiorava quasi il pavimento.
· Andromeda! – disse una voce maschile alle sue spalle.
Lei si voltò, confusa, disorientata, ancora assorta nei suoi pensieri.
· Andromeda. Olio su tela. Tamara De Lempicka. – precisò lui.
Daniela fissò lo sconosciuto. Era più alto di lei, aveva capelli scuri, brizzolati alle tempie e profondi occhi verdi. Aveva un fisico atletico e indossava un completo grigio dal taglio impeccabile che contrastava vistosamente con la cravatta a fiori turchesi, sgargiante e inusuale. “Il solito quarantenne rompiballe”, pensò Daniela tra se e si voltò di nuovo verso la tela.
· Che cosa può essere quel sorriso? – continuò lui. – Estasi, gioia, rassegnazione, abbandono? –
Lei parve pensarci su, come se ancora non se lo fosse domandato abbastanza in quelle due ore trascorse di fronte al quadro.
· La gioia sarebbe più vistosa, più immediata! – rispose senza voltarsi. – Potrebbe essere la rassegnazione di un abbandono inevitabile. L’estasi. – concluse.
Lei si voltò e si accorse che l’uomo la stava osservando da capo a piedi. Si sentì avvampare mentre lui rimirava con aria critica i suoi jeans scoloriti, il pullover lungo e informe, il cappotto nero in cui quasi si perdeva.
· Bello zaino! – disse, quando lei stava per sbottare con una rispostaccia malevola sul rigore del suo doppiopetto. Di nuovo avvampò: non le piacevano i complimenti, la facevano sentire impacciata, osservata, sotto esame.
· Amo molto Tamara De Lempicka. Lei no? – disse lui senza fare pause. – Andiamo al bar, le offro da bere. Ha notato i contorni sempre così nitidi e precisi e poi l’opulenza di questi corpi? Non possono essere che una parodia della sofferenza che i visi vorrebbero trasmettere! –
Daniela lo guardò stupita, incredula. Era pazzo?
Senza nemmeno rendersene conto si trovò a trottargli dietro, ascoltandolo, mentre lui si dirigeva spedito al bar senza neppure accertarsi che lei lo stesse ancora ascoltando. Ma che razza d’invito era il suo?
· Due martini ghiacciati, okay? – ordinò, guardandola di sfuggita per annuire subito dopo al cameriere dietro il banco.
La ragazza non riuscì neppure ad aprire bocca.
· Era una grande amatrice sa? Ha avuto uomini illustri. Sposò un barone, ma lo tradiva sempre. E’ morta nel millenovecentottanta. Era una donna libera, indipendente. Quelle catene però… –
Si fermò a riflettere sorseggiando il suo aperitivo.
· Anche le catene possono significare libertà! – riuscì a dire lei.
Lui la guardò, col bicchiere sospeso a mezz’aria tra il banco e la bocca, come avesse detto un’assurdità interessante.
· Che significa, mi spieghi? – la incalzò.
Lei si guardò attorno disorientata, deglutì rumorosamente. Era nervosa, imbarazzata e non sopportava quei suoi occhi che la fissavano voracemente. Pareva impaziente di ascoltare quel che poteva avere da dire per poi scoppiarle a ridere in faccia.
Daniela fremeva: come mai lui era tanto interessato a ciò che aveva da dire, come mai voleva sapere la sua opinione, quella di una ragazzina che sicuramente aveva almeno vent’anni meno di lui? Le venne voglia di fuggire a gambe levate, di andarsene al più presto, ma poteva fare quella magra figura?
· Le catene potrebbero essere una scelta, – azzardò lei, – la scelta di essere schiava di un uomo, quindi la massima espressione di libertà. –
Poi si bloccò e attese. Sapeva che si sarebbe messo a ridere, che avrebbe detto che era assolutamente un concetto assurdo, era sempre andata così, con chiunque ne avesse discusso.
· Ma perchè mai una donna dovrebbe scegliere di lasciarsi incatenare da un uomo? – domandò lui invece, serio e attento a ciò che avrebbe risposto.
Lei posò il bicchiere vuoto, si dimenò nervosamente.
L’uomo non smetteva di guardarla in quel modo, di fissarla come avesse voluto scrutarla in profondità.
Si sentiva bruciare, come se i suoi occhi fossero stati fiamme ardenti.
· Non so – rispose. – Potrebbe piacerle, potrebbe essere un gioco oppure, potrebbe non saperne fare a meno, non sapere opporsi al suo volere! –
Alzò gli occhi su di lui. Si sentiva strana. Era accaldata e il martini pareva corroderle lo stomaco vuoto.
· Certo, potrebbe essere così! – rispose l’uomo, con tono dubitativo. – Viene a pranzo con me? – domandò poi, senza riprendere fiato. – Oppure deve tornare a casa per un’ora precisa? –
Daniela lo fissò: c’era qualcosa di ironico nel tono con cui aveva formulato la seconda domanda, quasi volesse sottolineare il fatto che una ragazzina potesse avere problemi di orario.
· Non ho dodici anni, sa? – ribattè lei stizzosamente.
· Ventidue? – fece eco lui ridacchiando.
· Venti! – rispose lei quasi vergognandosene.
Un attimo dopo l’aveva presa per mano e la trascinava fuori dal museo. Raggiunsero il ristorante in un quarto d’ora d’auto. Lui le disse di avere una galleria d’arte, di essere un critico e lei gli confessò di essere una pittrice in cerca di notorietà. Si guardarono e immediatamente qualcosa si comunicò dall’uno all’altra, qualcosa di cui Daniela si vergognò e che la costrinse ad abbassare lo sguardo all’istante. Lui poteva divenire l’occasione della sua vita, l’incontro giusto al momento giusto, non doveva farselo scappare dunque, a qualunque costo.
La portò in un locale molto elegante, molto esclusivo, dove inevitabilmente Daniela si vergognò del proprio abbigliamento trasandato e in netto contrasto con quello dell’uomo. Forse lui aveva fatto apposta tutto ciò, benchè lei non ne capisse lo scopo. O forse lo capiva fin troppo bene: stava tentando di conquistarla ovviamente, e tentava di stupirla conducendola in un ristorante di lusso e di lusingarla facendole intuire la possibilità di farsi conoscere nella sua galleria.
Infatti, poco dopo, le pose la fatidica domanda, quella di regola, inevitabile, a quel punto.
· Ma ci tiene veramente molto a fare la pittrice? – chiese guardandola negli occhi.
Daniela avrebbe voluto rispondere di no, che non le importava, oppure che sì, lo desiderava da pazzi, ed era vero, ma che forse non era disposta a tutto per conquistarsi un suo spazio nel mondo degli artisti.
Dipendeva tutto da lei, da quella risposta, ciò che sarebbe venuto in seguito: era abbastanza intelligente e sveglia da rendersene conto.
Lui pareva attendere con impazienza quella risposta, senza intuire di preciso cosa lei avrebbe detto. In fondo era una ragazzina, poteva non accorgersi neppure dell’opportunità che le si presentava, oppure non aver abbastanza coraggio da tentare la sorte.
La guardò e lei guardò lui.
Parevano sfidarsi silenziosamente.
Daniela stabilì che detestava quel suo sorrisetto ironico, ma a lui piaceva troppo vederla confusa, indecisa, imbarazzata dalla velocità con cui stava evolvendo la situazione. Daniela fissò l’aragosta che aveva nel piatto, quell’essere mostruoso e raccapricciante che assomigliava in modo incredibile a un ragno e che non aveva ancora capito come diavolo si dovesse mangiare. Gettò le posate nel piatto rabbiosamente. Lui stava tentando in ogni modo di farla sentire come una ragazzetta ingenua e ignorantella, voleva provocarla, voleva che dicesse di no ma che se ne vergognasse. Lo guardò negli occhi, poi sollevò il bicchiere di vino e se lo portò alle labbra. Bevve fissandolo, sensualmente, decisa a giocare fino in fondo e che se doveva avere un’aria più vissuta, per essere credibile, l’avrebbe avuta.
· Scommetto che hai la classica collezione di stampe cinesi da mostrarmi, a casa tua! – sussurrò.
Lui non fece una piega, non si mosse di un millimetro.
· No, non ce l’ho, – disse. – Ma posso sempre trovare qualcos’altro! –
Si alzarono dal tavolo senza aver neppure finito di mangiare, uscirono dal ristorante, salirono sull’auto e si diressero verso casa di lui.
Non le disse molto di più di ciò che aveva già raccontato, e, pensandoci bene, Daniela si accorse di non sapere proprio nulla di lui, a parte la sua professione e che si chiamava Giovanni. Raggiunsero finalmente casa sua, una villetta fuori dalla città. Lui la fece accomodare, le versò da bere e poi le si sedette accanto, sul divano. Le aveva già sfilato il cappotto e Daniela si sentiva come nuda, vulnerabile. Quando lui le sfiorò il maglione, per dirle che era molto bello, lei rabbrividì, come di freddo: in realtà era così nervosa da avere i nervi a fior di pelle. Lui se ne accorse, ma non disse nulla. Le sfiorò i capelli, il viso. Non v’era bisogno di parlare.
· Hai paura? – le domandò lui, comunque.
Lei scosse la testa, ma era evidente che ne aveva, nonostante tentasse di mostrarsi indifferente e fredda.
Non voleva facilitargli il compito, ma non voleva neppure farsi vedere spaventata come una bimba alla prima esperienza.
Lasciò che lui le sfiorasse le labbra, le guance, la fronte, con la bocca. Sentì il suo respiro caldo, impaziente, e si domandò perchè mai si comportava in quel modo, perchè faceva tutto ciò, perchè sottostava al desiderio di uno sconosciuto incontrato per caso, senza battere ciglio, senza difendersi, senza ribellarsi.
Aveva voglia di lui?
No, era così nervosa da non ricordarsi nemmeno più cosa fosse la voglia. Lui la terrorizzava. Non le piacevano nemmeno quei suoi occhi scrutatori, quel suo ghigno cinico, il suo sguardo severo. La stava giudicando come la solita troietta in cerca di agevolazioni, di una rapida scalata al successo, se ne rendeva ben conto.
Aveva voglia di fuggire, di andarsene. Eppure l’orgoglio la teneva inchiodata a quel divano, a quell’uomo che non desiderava: non voleva dimostrargli di essere più debole di lui, di avere paura. Giovanni le infilò una mano sotto il pullover, le sfiorò il reggiseno di pizzo bianco.
Lo sentì respirare impercettibilmente. Si stava eccitando ovviamente e aveva intenzione di prendersi tutto il tempo necessario per gustarsi, sino in fondo, quell’avventura imprevista. Daniela rabbrividì e senza neppure accorgersene si trovò col volto rigato di lacrime.
Si odiava per come stava reagendo, per la figura da ragazzetta spaventata che faceva, ma non riusciva a farne a meno. Sapeva che lui l’avrebbe scacciata, rimproverandola di avergli solo fatto perdere del tempo prezioso, di averlo annoiato, di aver voluto giocare alla donna vissuta, ma lei voleva solo lasciare al più presto quella casa fredda e misteriosa.
Giovanni tornò a sfiorarle il viso e questa volta sentì le sue lacrime. Sospirò, poi le prese il volto tra le mani e tornò a baciarla sulla bocca, ma questa volta tralasciando la dolcezza. Daniela sentì la sua lingua che le s’intrufolava a forza tra i denti, che la sondava, la frugava e le solleticava il palato. Tentò di scostarlo, spingendo lontano con le mani, ma fu inutile.
Lui era molto più forte e comunque le stava sopra. Caddero distesi sul divano, lei sotto, divorata dai suoi baci voraci.
· Lasciami andare, ti prego! – singhiozzò, ma lui non accennò neppure ad alzarsi. Le infilò le mani sotto il pullover e glielo strappò dalla testa.
Daniela gridò, aveva paura. Le sue lacrime non avevano fatto altro che scatenarlo, lui non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare. La sua angoscia non lo impietosiva.
· Non puoi obbligarmi, voglio andarmene! – ansimò sotto di lui. – Non voglio più nessun tipo di favore, non me ne importa un cazzo della tua galleria, fammi alzare! –
Lui le prese i polsi con una mano, glieli strinse, glieli tenne fermi sopra la testa.
· Tu non vai da nessuna parte, piccola! – ansimò sulla sua bocca intrufolando la mano libera dentro i jeans.
Daniela gridò: la stava violentando!
in un attimo si trovò coi pantaloni abbassati fino alle ginocchia e poi via del tutto. Si sentì strappare le bretelline del reggiseno e gli slip di cotone.
Era nuda, nuda tra le sue braccia, e completamente in sua balia.
· Ti denuncerò! – gridò, scalciando come una puledra. – Ti farò passare dei guai! – ansimò.
Non riuscì a spaventarlo. Si distese sopra di lei, dopo essersi slacciato frettolosamente la camicia, e premette il petto contro i seni gonfi e appuntiti della ragazza.
· Impara a non giocare col fuoco se hai paura di scottarti! – sibilò lui. Poi si sentì divaricare le cosce con un ginocchio e qualcosa di duro che le premeva contro il ventre. Daniela ansimava rumorosamente, gemeva. D’un tratto si accorse di aver inarcato la schiena sotto di lui.
Non stava più lottando, si stava semplicemente dimenando contro i suoi fianchi. E i suoi gemiti non erano tanto di protesta quanto di desiderio.
La lotta si era trasformata in un affannoso tentativo di darsi e non darsi. Aveva voglia adesso, non c’era dubbio, i brividi non erano di paura quanto di desiderio, eppure non voleva cedere.
· Sei pazzo, ti odio! – sussurrò lei.
La guardò.
Non rideva più e i suoi occhi parevano bui e insondabili.
Le affondò dentro con un’unica stoccata decisa che la fece urlare e boccheggiare di dolore.
· Ecco quel che cercavi! – le disse e istintivamente Daniela cercò di colpirlo, ma aveva le mani bloccate sopra la testa e poi, comunque, quel pistone che la sondava sempre più in profondità pareva avere il potere di annullare ogni sua difesa.
Prese a dimenarsi, ma era inutile tentare di sfuggire ai suoi colpi decisi! La rovistava senza pietà, senza alcuna intenzione di fermarsi, di concederle una tregua. La lotta incendiò i loro corpi, li rese roventi di rabbia e di voglia.
Daniela sentì il sudore dell’uomo farla aderire meglio al suo corpo e per un attimo desiderò che lui non si staccasse mai più: fu proprio in quel momento che l’orgasmo le esplose in testa e il cazzo di Giovanni le affondò del tutto nel ventre.