La tortura eccita la schiava e la obbliga alla completa umiliazione e sottomissione

Giovanni scese le scale lentamente. La sentiva singhiozzare silenziosamente. Non poteva vederla, era nascosta dietro la parete, ma poteva udire la sua voce, il suo respiro, i suoi gemiti.
Piangeva. Si sentì la pelle d’oca sulle braccia, rabbrividì.
Lei piangeva a causa sua, riusciva a comprendere solo questo.
Gli apparteneva. Poteva disporre di lei, del suo corpo come meglio credeva: poteva farla piangere, ridere, godere o soffrire. Era il suo signore, tutto dipendeva da lui.
Si rese conto di quel che gli attraversava la mente, dalla follia di simili elucubrazioni, ma non riuscì a staccarsene, a distorgliersi da quel proposito che lo portava deciso verso di lei, verso la sua preda. Sbucò da dietro il muro e la vide.
Era ancora legata alla parete, col capo chino, il viso rigato di lacrime. Aveva i polsi e le caviglie arrossati, sicuramente aveva tentato di liberarsi durante le ultime ore trascorse in solitudine.
Guardò quel suo corpo giovane e liscio, pallido e fragile, solcato dai ferri che lui le aveva imposto e provò il desiderio, l’impulso istintivo di correre da lei, liberarla, salvarla e implorare il suo perdono.
Come aveva potuto farle una cosa simile? Come aveva potuto farle del male?
Era così fragile, così vulnerabile! Sarebbe stato talmente semplice, elementare, farla gridare, possederla con la forza, rabbiosamente, contro la sua volontà!
Alzò il braccio e fece scoccare in aria la lunga frusta di cuoio intrecciato che aveva portato con se.
Daniela sollevò la testa di scatto, spalancò gli occhi.
· Giovanni, sei tu? – chiamò incerta, ma il mezzo sorriso che le aveva addolcito gli occhi sfumò subito in una smorfia di paura.
Questo lo eccitò da impazzire. Percepì immediatamente senza possibilità di equivoco, che la sua virilità gli si induriva dentro i pantaloni, gli diveniva gonfia istantaneamente e premeva contro la stoffa. Sentì il desiderio corrergli nel sangue, scaldargli il ventre, costringerlo a soffocare un gemito.
Lei era lì, incatenata per lui.
Poi la frusta sibilò come una serpe, fendette l’aria e si abbattè sul pallido corpo di Daniela.
La ragazza gridò, abbassò la testa a guardare l’abito ridotto a brandelli, squarciato dal colpo appena inferto, e solo quando vide qualcosa di rosso affiorare in superficie ebbe coscienza anche del dolore. Un dolore cieco, bruciante, netto, che l’attraversava da un fianco alla spalla opposta, solcandole i seni pallidi con una cicatrice profonda.
· Tu sei pazzo! – avrebbe voluto gridare, o forse lo gridò veramente, ma non se ne accorse perchè un altro colpo secco la stava già facendo boccheggiare di dolore.
Giovanni la guardò rabbrividire, tremare in tutto il corpo, tentare di raggomitolarsi su se stessa per parare i colpi, ma inutilmente. La vide con gli occhi imploranti di un bambino smarrito, ma nonostante questo non si fermò. Non poteva fermarsi, non voleva.
Ad ogni sferzata il suo membro sussultava, come sollecitato da una carezza invisibile. Stava godendo.
Per quanto mostruoso potesse essere doverlo ammettere anche a se stesso, stava godendo della sofferenza di quel piccolo essere indifeso.
“Perchè?” si domandò confusamente. Eppure da ragazzo era sempre rifuggito da certi sadici giochi. Non aveva mai fatto male neppure ad una mosca, aborrendo le torture che tanti suoi amici infliggevano a tanti animaletti indifesi.
Eppure in quell’istante gioiva delle lacrime di lei, e del sapere che, oltretutto, lei lo amava, o almeno lo aveva amato fino a qualche ora prima; ciò lo riempiva di un orgoglio malsano, ma travolgente.
Puniva ed era amato. Torturava ed era desiderato.
· Dillo che mi ami! – sussurrò, abbattendo nuovamente la frusta sopra il corpo, ormai quasi completamente nudo e martoriato, di Daniela.
Lei scosse la testa, pareva troppo sofferente persino per aprir bocca, per dire una sola parola.
· Mi ami? – insistette lui.
Cosa poteva rispondergli? Daniela non riusciva a capire se annuire le risparmiava i colpi successivi, oppure se lo aizzava ancor di più contro di lei. La puniva perchè non lo amava, oppure perchè voleva essere amato ancor di più?
Sentì che il bruciore delle sferzate si estendeva a macchia d’olio su tutto il suo corpo, anche sulle parti risparmiate ed ebbe voglia di gridare. Le pareva di essere un’unica ferita pulsante, un nucleo di lividi e abrasioni. Il dolore era lei stessa, sanguinante come un agnello immolato su un altare. Alzò il viso e lo guardò. Vide i suoi bicipiti tesi nello sforzo di alzare ed abbattere ancora e ancora quella frusta e gli occhi lucidi dallo sforzo o forse di piacere.
Poi notò il rigonfio dentro i pantaloni, il profilo del suo sesso eretto, di quel sesso che tanto amava e capì che lui era realmente eccitato.
Ricordò storie antiche, frasi udite e dimenticate, di sadici e masochisti, del dolore confuso col piacere, dell’estasi e del tormento.
Voleva il suo cazzo, ecco cosa voleva! Ne era certa, certissima, così come sapeva che il dolore non era fantasia e il sangue che sgorgava dalle ferite aperte era parte di se stessa. Lo desiderava nonostante tutto o in conseguenza di tutto.
Giovanni si accorse perfettamente degli occhi di lei affondati all’altezza del suo ventre, si accorse di quel calore che le illuminava il viso distrutto dalla sofferenza.
“Com’era possibile che godesse nonostante il terrore?” si domandò incredulo.
· Ti voglio. – sussurrò Daniela, prima che la frase venisse spezzata da un ennesimo colpo di frusta.
Giovanni non voleva sentirla, voleva che lei tacesse, per sempre. Scosse la testa e di nuovo la colpì.
Non poteva essere vero, lei non poteva desiderare un uomo che la stava facendo urlare di dolore, non poteva aver voglia del cazzo del suo carnefice: era follia!
La vide rabbrividire, contorcersi ancora una volta, alzare la testa e puntare gli occhi colmi di lacrime nei suoi.
· Ti voglio! – disse di nuovo, con voce spezzata.
Giovanni abbassò lo sguardo.
Lei era una strega, ne era certo, una picola strega mandata dal demonio. Lo stava facendo impazzire.
Gli parve di avere un macigno dentro i pantaloni, dove il sesso si tendeva in maniera spasmodica, in cerca di una via d’uscita.
· Non dirlo, non parlare… – sussurrò con voce roca.
Ma lei non poteva più tacere. Voleva che lui sapesse, che lui condividesse tutta quella sua pazzia.
Era colpa sua se all’improvviso il dolore era qualcosa di lontano e confuso, di irreale ed effimero; era solo colpa sua se la vagina le boccheggiava come un piccolo animale assetato d’amore; se i suoi gemiti erano gli stessi del piacere e le lacrime le bruciavano il viso come il suo odio feroce le bruciava il sesso! Sentì un calore liquido scorrerle lungo le cosce, ma sapeva che non era sangue, era il caldo succo che lui aveva saputo strapparle a colpi di frusta.
Giovanni la vide offrire il bacino, spingere i fianchi incontro a lui e alla frusta, quasi questa fosse stata il suo cazzo, e infine notò anche l’umidore che l’imbrattava, che le rendeva fresco e lucente il cespuglio scuro del pube.
· Avanti, prendimi, sono tua! – gridò lei e allora Giovanni lanciò un rantolo di animale ferito.
· Sta’ zitta! – urlò ansante e distrutto. E l’urlo fu subito accompagnato dallo schioccare del cuoio che si abbatteva proprio sul viso di Daniela.
Si bloccò terrorizzato. Lo guardava con occhi imploranti mentre il rigagnolo di sangue che sgorgava dal taglio inflittole, le imbrattava il viso e i capelli.
· Oddio, non è possibile! – gridò Giovanni e avrebbe voluto svegliarsi da quel sogno, da quell’incubo.
Scagliò lontano la frusta e si precipitò verso la ragazza.
Con le mani che gli tremavano per l’impazienza e l’emozione violenta che lo scuoteva in tutto il corpo, la liberò dalle catene, le slegò le caviglie tumefatte e l’adagiò sul pavimento.
La guardò da capo a piedi e poi guardò le sue stesse mani sporche del suo sangue.
· Sei stato tu. – sussurrò lei.
Giovanni avrebbe voluto non sentire, non guardare e invece la strinse a se e sentì il calore vivo del suo corpo.
· Sono stato io! – disse incredulo e poi attratto in maniera irresistibile da quella bocca scarlatta, rossa di sangue, si chinò a baciarla.
Voleva essere un bacio dolce, una resa, una richiesta di perdono forse, ma con la sua lingua entrò nella calda cavità della sua bocca, la frugò e scoprì il gusto del sangue che ancora le sgorgava dal viso.
Le si avventò sopra con furia disumana. La strinse e bevve direttamente dalle sue labbra le grida di lei che non poteva sopportare il dolore dello strofinio delle ferite contro il suo petto nudo.
Gli parve di venir rigenerato, di rinascere.
Lei gridava dentro la sua bocca e pareva volerlo nutrire con la sua vita.
Senza neppure accorgersene si trovò, quindi, col membro teso tra le cosce di Daniela. Non sapeva dove fossero finiti i pantaloni, non capiva neppure come avesse fatto a toglierseli tanto velocemente. Sapeva solo che lei gli si era avvinghiata contro, che gridava a tratti di dolore e a tratti di piacere, ma che quando le due cose si mescolavano e diventavano non più scindibili, lei si spalancava sotto il suo ventre e gli si offriva interamente.
Le affondò dentro con un colpo secco, violento e attese che lei gli allacciasse le caviglie attorno alle reni e gli si richiudesse attorno come per divorarlo o per inglobarlo definitivamente. Ecco! Era dentro di lei, parte del suo dolore e del suo piacere. Sentiva che quella vagina vorace quasi gli succhiava il glande mentre le unghie di Daniela si aggrappavano alle sue spalle e sprofondavano nella sua carne.
· Oh si, ti sento, prendimi! – gemeva spingendo i fianchi incontro al ventre di lui che, preso da una frenesia incontrollabile, la sbatteva con forza.
Non si rendeva più conto della realtà dei suoi sentimenti, quasi che ogni barlume di razionalità l’avesse abbandonata. Confusamente si rendeva conto della violenza con cui si divoravano, ma non riusciva a fermarsi, a smettere, e soprattutto, non voleva smettere!
Quello che era stato prima e che sarebbe venuto in seguito non era importante: contava solo il presente, la precisa sensazione di quel cazzo che la frugava in profondità, di quell’uomo che le si addentrava nell’anima e del proprio desiderio di appartenergli, e di consegnarsi nelle sue mani.
Per nessun altro aveva mai fatto qualcosa di simile!
Per nessun altro lo avrebbe più fatto… Lo sentiva.
Il sangue che era andato ad imbrattargli le mani era la prova materiale della propria disponibilità totale, della propria resa assoluta.
Voleva annullarsi in lui, dimenticare e rinascere.
Voleva che il dolore e l’eccitazione la incatenasse a lui per la vita. C’era qualcosa di spaventoso in tutto ciò. Qualcosa di malsano e distruttivo.
Eppure non sapeva rinunciarvi.
Così come Giovanni non sapeva fare a meno delle sue lacrime, delle sue grida per le quali, di tanto in tanto, le artigliava la carne viva. Allungò le dita verso il taglio sul viso della ragazza, toccò il sangue fresco, se lo portò alle labbra e poi mise quelle stesse dita tra la sua bocca e quella di lei. Le baciarono insieme, bevvero insieme il sangue che lui le aveva strappato quasi dall’anima, più che dal corpo.
Lo leccarono, lo ingoiarono mentre l’erezione dell’uomo pareva proporzionale alla follia che lo divorava.
Daniela se ne accorse. Lo sentiva strofinarsi nel caldo fondo del suo ventre e quindi strinse le cosce. Lo afferrò. Lo tenne stretto a se.
· Vienimi dentro. – sussurrò Daniela, così come avrebbe potuto dire: – Divorami l’anima! –
Giovanni abbassò la testa, spalancò la bocca gemendo e affondò i denti nel candido seno della ragazza.
La morse rabbiosamente, la divorò e sentendola sobbalzare per il dolore, l’orgasmo gli esplose nella testa e subito dopo nelle viscere. Si accorse delle mani di lei che lo afferravano alla nuca per tenerlo incollato al suo petto, perchè non staccasse la bocca e i denti dal suo seno e poi l’urlo di piacere che la sopraffaceva.