Schiava lecca la mano del Padrone e chiede umilmente perdono

Leccami la mano! Voglio sentire la tua gratitudine! – Mai avrei immaginato da te una tale fermezza degli intenti Mai la sottile perversa soddisfazione che in quel momento provavi, non almeno spinta fino a quel punto! La mia agitazione crebbe ogni minuto che passava, lentissimo, le dita dei piedi iniziavano a dolermi per la posizione e al più piccolo movimento delle gambe mi rispondeva un dolore acuto e irradiante che mi coprì in breve di sudore freddo. Ero terrorizzata che la pelle alla fine cedesse e si lacerasse sotto la stretta delle clips. Ansimando disperatamente leccai la tua mano, le dita, ma con orrore incrociai lo sguardo sadico che in quel momento animava i tuoi occhi: stavi muovendo la mano sotto la mia lingua, un giro di palmo e sentii la mia voce alzarsi in un grido violento. Mi parve che mi si stesse per strappare l’anima, le mani corsero alle tue spalle, mentre lacrime copiose mi tolsero la visuale.
- toglimi le mani di dosso, micia! – capii perfettamente le parole, ma non accettai quell’ ordine disumano. Scossi la testa come una pazza singhiozzando. “Non posso, non posso” ripetevo nella mia mente.
- TOGLI – LE – MANI – scandisti di nuovo Tra le lacrime vidi le MIE mani scorrere docilmente sulle tue spalle, sulla lana del maglione. Ero ormai preda di uno stato confusionale che non avevo mai provato prima. Lasciai che il dolore mi attraversasse, ma il fisico non rispondeva più in modo logico e sentii scemare ogni controllo…
- Pa…Pa..drone … – mi sentii balbettare Sentii il tuo sorriso nella voce, quando mi sussurrasti agli orecchi
- si piccola micia? –
- potresti allentare la presa? Chiesi serrando gli occhi nello sforzo sempre più difficile di non arrendermi e appoggiare i piedi a terra. – visto che me lo chiedi, devo dedurre che sei arrivata ad un tuo limite.. – commentasti pensoso ma senza accennare alcun gesto della mano
- …. Mi pare che uno dei nostri fini era quello di riuscire a superare certi limiti. Ora mi chiedo: è giusto che assecondi una tale richiesta, quando sei così vicina ad un traguardo? –
- Padrone .. – mormorai con la bocca impastata dalla frenesia di fermare quella tortura..
- non ce la faccio ad andare oltre…. – arrivai a supplicare, una cosa mai fatta prima, mentre una voglia sempre più urgente di dar voce alla mia frustrazione mi saliva dentro.. Non riuscivo più ad alzare la testa. Il tremito delle gambe divenne incontrollabile. Lentamente sentii i piedi scendere senza poter far altro che attendere il momento dello strappo finale. Quando sentii il freddo del pavimento credetti di svenire dal dolore, ma fu un solo attimo intensissimo. Un secondo dopo ero libera.. la tensione si era allentata di colpo: avevi lasciato la catena! In quel momento il desiderio più forte fu quello di baciarti ovunque. Una vampata di calore m’investì salendomi dal basso fino al viso. Il dolore era niente in confronto a quello che avevo provato poco prima, tutto mi parve sostenibile al paragone. Un sorriso dolce mosse le tue labbra, gli occhi lucidi di tenerezza mi carezzarono. Tornasti al tuo posto dopo una lunga occhiata d’apprezzamento.
- vai fino alla porta… Ero ancora scossa dai tremiti, ma questa volta mi avviai fino al battente vincendo ad ogni passo l’ansia che mi coglieva nell’aspettarmi lo strappo. Arrivai invece fino in fondo senza sorprese. Toccai appena il legno dell’anta e mi dicesti di tornare a sedermi. Mi sedetti con una lentezza di cui ridacchiasti. Di lì a poco arrivò il cameriere con la prima portata. Alzai lo sguardo e ti fissai in attesa.
- vai pure a prendere il vassoio, per favore…- Mi alzai fissando di sottecchi la mano che teneva la catena. Avevo ancora il respiro affrettato e il bruciore ai seni e al pube era a dei livelli appena accettabili. Ogni passo mi ricordava la presenza del ferro sulla mia pelle. Aprii la guardiola e presi il vassoio dalle mani anonime di una persona. Mormorai un ringraziamento e richiusi. Sempre con molta lentezza ti venni vicino e appoggiai sul tavolo il vassoio.
- Servimi ! – ordinasti, mentre giocherellavi con la catena : il solo veder muovere quel luccichio di metallo mi dette i brividi. Respirai a fondo, ma senza farmi notare, non volevo che tu capissi quanto ero sconvolta e coinvolta nelle tue perverse fantasie. Con un sorriso ti servii le pietanze e tornai al mio posto. Stavo per sedermi, quando tirasti la catena. Inatteso mi giunse il contraccolpo. Sobbalzai all’improvviso piegandomi in avanti.
- mi hai chiesto SE potevi tornare al tuo posto? Me ne hai forse chiesto il permesso? – non mi guardavi nemmeno. Tranquillamente stavi continuando a mangiare, mentre nella tua mano sinistra stringevi la catena. Scossi la testa in segno di diniego.
- sei molto distratta nei miei confronti, micia. Hai intenzione di irritarmi o vuoi rendere questo pranzo una piacevole occasione? – Tornai a capo chino verso di te e mi fermai al tuo fianco.
- hai intenzione di stare in piedi per tutto il pranzo o vuoi sederti mangiare? Il tuo silenzio mi urta. Forza! Allora? – esclamasti e quello scatto mi presa alla sprovvista.
- po…posso sedermi ? – balbettai agitatissima
- come? – ribattesti con molta freddezza
- non ho capito bene cosa hai detto…
- po ..po..posso sedermi?- dissi ancora, ma la mia mente sbatteva senza riuscire a capire cosa volevi da me. Mi sentii come una mosca finita dentro una bottiglia da cui non sa più uscire. Ti vidi appoggiare lentamente le posate ai fianchi del piatto. Respirasti a fondo e alzasti gli occhi verso di me. Impallidii a quello sguardo furioso.
- lo stai facendo di proposito, micia? Perché sto seriamente arrabbiandomi!- sibilasti Caddi preda di una confusione che non avevo mai provato. Non riuscivo a capire perché l’agitazione stessa mi confondeva e la paura di sbagliare mi creava un circolo vizioso aumentando la confusione.
- no! No! Non lo sto facendo apposta! – ti supplicai di credermi. Le mie però parole non ti convinsero, o non furono quelle che ti aspettavi. Ti vidi afferrare la catena e strattonarla. Il dolore mi esplose, feroce, addosso.
- INGINOCCHIATI! – mi ordinasti Eseguii immediatamente l’ordine, ma tremavo come una foglia per il dolore e per l’ansia di non comprendere e subire la tua ira che stavo aumentando mio malgrado. Una parte di me poi, stava soffrendo per l’incapacità di non essere all’altezza di ciò che volevi che fossi. Era come una spina nel fianco e non mi dava pace.
- ORA… chiedimi ancora il permesso e questa volta.. fa che sia espresso nel giusto modo!- Inginocchiata piegata nel mio essere capii finalmente la leggerezza che mi aveva portato a non capire e a sbagliare. Sollevata provai una sorta di felicità nel chiederti di nuovo
- Padrone mi è permesso tornare al mio posto? – Silenzio. Un lungo infinito silenzio accompagnò la fine delle mie parole. La mia certezza tentennò di fronte a quel vuoto. Mi tesi, mentre lacrime dispettose mi pizzicarono gli occhi.
- vai pure! – la tua voce mi giunse come una liberazione.
- mi è concesso di alzarmi Padrone? – chiesi oramai convinta di essere sulla strada giusta Un semplice si detto con palesata noia mi sollevò dalla posizione di disagio in cui ero caduta. Con fatica mi alzai e tornai al mio posto. Avevo lo stomaco chiuso per la tensione degli ultimi momenti. Fissai il cibo ben disposto nel piatto, ma non riuscii a farmi venire la voglia di assaggiare qualcosa.
- inizia a mangiare, micia …. – sempre attento a ciò che mi riguardava non lasciavi passare un solo gesto che non fosse vagliato e giudicato.
- non ho fame, grazie.- risposi compunta senza alzare lo sguardo dal piatto.
- micia guardami! … ho detto guardami! – fu il tono a costringermi ad alzare lo sguardo e fissare i tuoi occhi scuri.
- serviti e mangia. Non esiste che fai la bambina! È inammissibile! Godiamoci queste delizie! Forza! – A fatica allungai il braccio e i servii una minuscola dose di cibo. Con la coda dell’occhio vidi che storcevi la bocca, ma ignorai il segnale di disapprovazione e mi sforzai di mangiare. Piluccai, giocando con la forchetta. La nausea mi scuoteva lo stomaco. Cercai di prendere tempo in ogni modo. Finalmente il cameriere bussò alla porta. Scattai in piedi con un sorriso.
- chi ti ha detto di alzarti? Siediti e finisci il tuo antipasto! – dicesti senza batter ciglio. Spalancai gli occhi attonita.
- ma… ma il cameriere? –
- può aspettare. Muoviti! Prima finisci, prima lui fa il suo lavoro. – Il primo pensiero che formulai fu “bastardo”, fissai il piatto e poi te con uno sguardo che se avesse potuto avrebbe bruciato tutto.
- non sparisce se lo fissi così- ridacchiasti serafico
- né lui né io… ne parliamo più tardi, micia. Sto aspettando…. Sai che m’infastidisce vero? – In pochi bocconi finii quel delizioso sformato di verdure che mi parve paglia in quel momento. Ingollai a forza e mi alzai. Rimasi un attimo interdetta aspettandomi un richiamo per non aver ancora una volta chiesto il tuo permesso. Evidentemente fosti magnanimo e soprassedesti al mio piccolo errore. Raccolsi i piatti e li portai alla porta e ancora una volta due mani sconosciute li presero e scomparvero. Tornai al tavolo e venni a versarti del vino. Mi parve di vedere che apprezzasti il gesto sincero e lentamente sentii scemare un po’ della tensione che mi aggrovigliava dentro. Non fu semplice stare al tuo fianco e intuire le tue voglie o necessità, ma è anche vero che non lo è mai stato e questo per me è una sfida che raccolgo volentieri. È il cuore stesso del mio “bisogno”. Quello di essere al tuo fianco e di servirti come meglio posso, d’essere e sentirmi profondamente TUA. Le portate si susseguirono tra le nostre parole e i nostri sguardi. Eravamo al dessert, quando mi chiedesti di venirti vicino. Ingollai la domanda che mi venne alle labbra e senza fiatare eseguii quello che mi avevi chiesto. I tuoi occhi mi sorrisero compiaciuti, intuendo lo sforzo che ogni volta compivo di adattare a te il mio modo di essere. Vidi le tue mani carezzarmi le gambe. Lunghi brividi mi scivolarono sulla schiena a quel gesto così caldo e carico di sensualità. Risalirono lentamente, coprendo ogni centimetro di pelle che trovavano. Ti misi le braccia al collo abbracciandoti provando a farti sentire cosa provassi in quel momento. Un attimo più tardi un dolore bruciante mi lasciò senza fiato. Afferrai il tavolo perché credetti di cadere. Ti guardai in cerca di una spiegazione, mentre te stavi tranquillamente giocando con le clips che avevi preso tra le dita con fare distratto. Volevo una risposta che non c’era o che se ci fosse stata non era necessaria. Ricordai la lezione di poco prima, e non mi uscì una sola sillaba. Il sudore mi colò sul collo e mi si addensò nel solco tra i seni. I palmi divennero scivolosi, artigliati al bordo del tavolino, le nocche bianche dalla forza con cui mi ci attaccavo. La marea d’emozioni che quel giorno avevo vissuto mi si rovesciò addosso come una lava incandescente. Sofferenza frustrazione, doveri e obblighi, parole non potute dire e non dette, emozioni e sensazioni portate al parossismo, tutto accadde in un momento. Sono in quei momenti, quando ti senti come sull’orlo di un precipizio che pare ci si stacchi dallo scorrere del Tempo. Si rimane sospesi in una dimensione che non ha più riferimenti con il mondo circostante, si fluttua in noi stessi, verso il nostro interno, in antiche e ancestrali sensazioni che ti fanno toccare il tuo animo. Per donarsi si deve conoscere innanzi tutto noi stessi, scoprire i meandri della nostra anima e solo allora svuotarsi, riempire ogni gesto di una consapevolezza che lo renderà completo e corretto. Le tue dita adesso si erano spostate e titillavano il clitoride, con delicatezza disarmante. Una dolce inaspettata sensazione si fece largo tra i lampi rossi di quel dolore senza più limiti. Qualcosa che invece di togliere aria, stava creando un piacevole languore. Aprii gli occhi e incrociai i tuoi. Ebbi un lungo brivido. Le tue dita mi stavano regalando spire di piacere fluido che salivano inarrestabili dentro di me. Sempre più forti e incontrollabili: ero inebriata da quel continuo alternarsi di fortissime emozioni. Toccasti ancora le clips e quel dolore scatenò uno degli orgasmi più forti che io abbia mai provato. Caddi in uno stato di profonda estasi. Il dolore che provai, quando mi staccasti le clips, scosse di poco quello stato di grazia. Ricordo ancora vividamente l’abbraccio che sostenne il mio lento scivolare ai tuoi piedi, il sommesso ringraziarti di quel qualcosa d’indefinibile che lega la slave al Master. Ancora non pago, mi facesti inginocchiare, pur sapendo quanta difficoltà mi costasse quella posizione. Mi alzasti il viso che si protese verso le tue labbra che mi baciarono a lungo gustandosi ciò che era incondizionatamente suo. Sentii che mi alzasti il golf e strinsi i denti capendo cosa stavi per fare. I tuoi baci sigillarono l’esclamazione, quando mi togliesti anche le ultime due clips dai seni. Mi abbracciati forte da togliermi il fiato e mi sentii sciogliere. Mi lasciasti andare e ti chiesi il permesso di alzarmi. A fatica mi rimisi in piedi: la magia galleggiava ancora nell’aria, calda e lucente della stanza. Mi sedetti ancora indolenzita al mio posto di fronte a te.