Sodomizzazione violenta di una schiava ribelle

Daniela fissava il telefono come fosse un oggetto immondo, un animale misterioso, tentando di fare un esercizio di telepatia, anche se in essa non aveva mai creduto, perchè squillasse.
· Chiamami, che aspetti? Sbrigati! – ripeteva parlando a se stessa, immaginando che lui, Giovanni, potesse sentire il suo messaggio.
Ma il telefono rimase inattivo e silenzioso per ore intere, facendola sospirare di nostalgia e di rabbia.
Non riusciva più nemmeno a dipingere e tantomeno, quindi, ad uscire, veder gente, svagarsi. Stava sempre e solo davanti al telefono, ora dopo ora, in attesa del momento in cui avrebbe risentito la sua voce profonda e virile.
A tratti si convinceva che tutto ciò non sarebbe mai avvenuto. Primo, perchè a lui non interessava proprio rivederla, secondo perchè non gli aveva lasciato il numero di telefono. Era fuggita da casa sua vergognandosi come una ladra per aver ceduto così facilmente ai suoi desideri, giurando di non farsi vedere mai più, di volere solo dimenticare la triste esperienza.
Ma aveva mentito naturalmente! E più passavano le ore e più si accorgeva di quanto fosse difficile convivere col suo ricordo senza però poterlo toccare, o sentire. Non riusciva a toglierselo dalla testa, nonostante fosse stata con lui non più di poche ore.
· Telefona, avanti! – gridò al telefono muto.
Lui conosceva il suo nome, che problemi aveva a trovare il numero di telefono… Se solo avesse voluto…
Si sfiorò un seno con la punta delle dita ripensando ai gesti di lui, alle sue carezze, a quelle mani dolci e virili e il solo ricordo la fece illanguidire.
Cazzo, come aveva saputo farla fremere e palpitare! Come aveva saputo convincerla, ma anche obbligarla a cedere!
La dolcezza si era trasformata in crudele arroganza quasi senza che lei se ne accorgesse. Come per magia. E si erano trovati coinvolti in un corpo a corpo estenuante, che aveva i gesti di una lotta feroce, ma la passione di un atto d’amore.
· Ti voglio, dove sei? – implorò col respiro corto, mentre la mano scivolava, lentamente, sotto la gonna e poi dentro gli slip, dove la sua passera stava acquattata, languida e boccheggiante.
Era tanto che non si masturbava più, tanto che non era così vogliosa da non sapere attendere un istante di più.
Fece scivolare due dita lungo il taglio rovente e spinse i fianchi incontro alle proprie dita.
Aveva voglia! Così tanta da sentirsi male!
Rabbiosamente pensò di chiamare uno di quei ragazzi che si scopava di tanto in tanto e farsi chiavare per ore, come una troietta in fregola, ma sapeva bene che tutto ciò non sarebbe servito. Nessuno di loro, nessun altro, all’infuori di lui, avrebbe saputo acquietare quella passione che le aveva scatenato dentro.
Si riempì la fessura umida con due dita unite, chiuse gli occhi e pensò a lui. Immaginò di averlo sopra, stretto a sè. Immaginò le sue mani che le tenevano inchiodati i polsi sopra la testa, immaginò di non potersi muovere e che lui, malvagiamente, si addentrasse nel suo ventre con tutta la forza che aveva in corpo. Contemporaneamente aumentò il ritmo dei movimenti del polso e prese a masturbarsi furiosamente.
· No, no, ti prego – mugolava, ripensando al momento in cui lui non le aveva dato più possibilità di scampo. Poi sentì un gran calore tra le cosce, l’orgasmo che le montava dentro come una marea, il suo corpo che fremeva e languiva, impaziente di scaricare la tensione acumulata, di sfogarsi…
Suonò il telefono.
Daniela si bloccò all’istante, scossa dalle contrazioni dell’orgasmo bloccato all’ultimo momento e tremante di ansia. Era lui, forse era lui, pensò precipitandosi sull’apparecchio che squillava.
· Pronto? – sussurrò col cuore in gola.
Dall’altra parte rispose la voce di una donna, di un’amica.
La delusione la fece accasciare sul divano, come un sacco vuoto. Non riusciva neppure ad ascoltare quel che diceva l’altra, dall’altra parte del cavo.
Annuì un paio di volte, confusa, senza capire niente di ciò che quella diceva e poi, impaziente, riattaccò.
Si lasciò cadere contro i cuscini, con la vagina che si asciugava lentamente, ancora scossa dal tremore procuratole dal desiderio insoddisfatto. Sarebbe diventata matta in quel modo, non poteva più attendere.
Tolse dalla tasca il biglietto da visita che Giovanni le aveva messo in mano prima che lei se ne andasse e lentamente, con mani tremanti, compose il numero. Dopo due squilli le rispose una suadente voce di donna.
· Il professor Sandreani, per cortesia – sussurrò Daniela con voce tremante.
L’altra le rispose di attendere.
Si sentiva il cuore quasi scoppiare nel petto per quanto era emozionata e spaventata: come l’avrebbe accolta lui?
Fingendo di non ricordare neppure ciò che era accaduto? Deridendola per la resa che probabilmente aveva già previsto? Oppure offeso per come era fuggita da casa sua, solo tre giorni prima?
· Si? – disse lui all’improvviso. Daniela sobbalzò.
· Sono Daniela… – iniziò.
· Lo so! – la interruppe lui, senza cambiare il tono di voce.
Ed ora cosa avrebbe detto? Le era maledettamente difficile trovare una scusa per vederlo e lui, freddo e distante, non l’aiutava di certo. Forse la migliore soluzione era la verità.
· Vorrei vederti… – mormorò la ragazza avvampando, anche se lui non poteva vederla.
· Perchè? – domandò l’uomo senza mutare inflessione di voce.
Pareva aver dimenticato tutto, o forse volutamente aveva dato ben poca importanza all’accaduto.
· Vorrei parlarti! – disse Daniela e avrebbe voluto prendersi a sberle per la rabbia e l’umiliazione. Si sentiva sciocca, stava facendo di nuovo la figura della stupida ragazzina innamorata.
· Oggi pomeriggio, alle tre. – disse Giovanni telegrafico. – A casa mia. Mettiti un vestito rosso. –
Daniela fece per spiegargli che nel pomeriggio non poteva, aveva lezione all’università, ma quando era a metà della frase lui aveva già riattaccato. Rimase con la cornetta in mano, a fissarla come una stupida, domandandosi cosa diavolo l’avesse spinta ad andare ancora a cercare un essere simile.
· Un vestito rosso! – borbottò facendogli il verso rabbiosamente. – Non ho vestiti rossi! – gridò poi dentro il microfono silenzioso.
Alle tre in punto suonava il campanello di casa sua.
Indossava un abito corto e aderente, rosso fuoco.
Lui le aprì la porta e senza invitarla ad entrare la squadrò da capo a piedi. Daniela arrossì vistosamente mentre lui parve spogliarla con un solo sguardo. Ma non disse nulla, si fece da parte e la lasciò entrare.
· Volevo parlarti di una cosa imp… – cominciò Daniela che si era preparata una scusa assurda e piuttosto banale per giustificare quell’improvviso desiderio di incontrarlo.
· Andiamo di là! – disse seccamente lui, interrompendola subito. E fece strada lungo un corridoio.
Daniela lo seguì ondeggiando sui tacchi sottili, infastidita dal tono con cui le parlava. Pareva ordinare le cose non invitarla.
· Stavo dicendo che forse potresti aiutarmi – riprese a dire quasi subito, ma poi entrarono in camera da letto e la frase le morì in gola.
Si guardò attorno, meravigliata. La stanza era grandissima, enorme, luminosa e, praticamente, vuota, a parte il grande letto appoggiato contro la parete di fronte. Lo spazio era disseminato di grandi statue bianche a grandezza naturale, sagome di uomini e donne completamente nudi, e in tutto e per tutto, assomiglianti a persone reali.
Sfiorò con la punta delle dita il profilo di uno degli uomini, accarezzando il petto scolpito con precisione sorprendente, il ventre scavato dagli addominali tesi e poi il sesso diritto, ma un poco arcuato, una meravigliosa imitazione di un’erezione autentica.
· Sono molto belli, dove li hai… – tentò di domandare.
La bloccò immediatamente.
· Spogliati! – ordinò.
Daniela sollevò lo sguardo. Lui si era buttato sul letto, con il capo appoggiato contro la testata imbottita e le braccia incrociate sotto la nuca. La osservava.
· Che vuoi dire? – domandò la ragazza, non convinta di aver capito bene la domanda.
· Quello che hai capito. Spogliati! – ripetè lui senza la minima esitazione.
Daniela lo guardò con occhi che mandavano lampi: non aveva il diritto di usare quel tono solo perchè era stata lei a fare il primo passo nella sua direzione e a cercarlo, chiedendogli un appuntamento. Perchè diavolo non si comportava come una persona civile?
Rabbiosamente ubbidì.
Si slacciò il vestito sulla schiena, abbassando lentamente la cerniera lampo, poi fece cadere le maniche sul davanti e tutto scivolò lungo i fianchi.
In un attimo fu quasi nuda.
Uscì dal cerchio che il tessuto formava attorno ai suoi piedi, mentre lui, con un gesto, le ordinava di togliersi proprio tutto.
· Senti, non mi va in questo modo – brontolò la ragazza picchiando un piede per terra, come una bimba capricciosa, con un inconscio gesto infantile.
· Credi di avere scelta? – domandò lui.
· Potrei andarmene! – fu la pronta risposta di Daniela che lo scrutò attentamente, sfidandolo.
· Certo – rispose Giovanni, – la porta è aperta. Sei libera di rivestirti e fuggire via… un’altra volta. – e sottolineò le ultime parole, giusto per ricordarle che era tornata lei a cercarlo.
Daniela lo odiò in quel momento, e odiò anche se stessa per essere tornata di nuovo in casa sua. Perchè proprio lui, si domandò, con tanti ragazzi che la conoscevano, che la volevano, che avrebbero fatto follie pur di portarla a letto una sola volta. Cosa aveva mai di tanto irresistibile quell’uomo quasi cinquantenne, scontroso, irritante e molto probabilmente lontano anni luce dal suo mondo di ragazza inquieta.
· Ti odio! – disse a bassa voce, ma mentre portava le braccia dietro la schiena per slacciarsi il reggiseno sentì che un calore liquido le cominciava già ad inumidire le cosce, facendola rabbrividire.
Gettò sul pavimento l’indumento, poi, arrossendo fino alla radice dei capelli, fece scivolare a terra anche gli slip.
· Girati – disse lui – e chinati in avanti. –
Lei ebbe un moto di rabbia, una voglia pazzesca di mandarlo al diavolo, rivestirsi e fuggire, ma ripensò alla nostalgia di lui quand’era assente, al desiderio che ne aveva avuto, alla noia di tante ore lontane dal suo sorriso arrogante. Di nuovo una sferzata di intenso piacere la colpì, colmandola di un languore che pareva serpeggiarle dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi.
Si voltò e, come aveva ordinato, si chinò un poco in avanti.
· Più giù, non barare signorina! – incalzò Giovanni.
Daniela si sentiva assurda, umiliata, ma non voleva che lui scomparisse di nuovo dalla sua vita, che la privase delle sapienti carezze. Così ubbidì e si piegò fin quasi a sfiorarsi le ginocchia con la fronte.
Era evidente che lui l’osservava, osservava il suo fondoschiena ben esibito, le sue chiappe allargate dalla posizione insolita, tra le quali occhieggiava l’apertura più vergognosa del suo corpo, ora ostentata impudicamente.
Improvvisamente lo ebbe alle spalle.
Si era mosso così silenziosamente da non sentirlo arrivare.
Le posò una mano sul culo, l’accarezzò piano, poi fece scivolare un dito nel solco dilatato e spinse la punta dell’indice tentando di penetrarla proprio lì.
Daniela balzò in piedi all’istante.
· No. Questo no. Non mi piace! – protestò coprendosi il culo con le mani e sottraendosi alla sua oscena carezza.
Giovanni la guardò, sospirò con ferocia e poi, facendo uno sforzo per non urlare, le ordinò di raccogliere la sua roba e di andarsene.
Lei scosse la testa e gli occhi le si riempirono all’improvviso di lacrime.
· Non voglio andarmene! – esclamò. – Perchè devi tener conto solo dei tuoi desideri? –
Lui non le badò neppure, fece per voltarsi e uscire dalla stanza, ma lei lo afferrò per un braccio e lo trattenne.
· Ti prego, non mandarmi via! – lo implorò.
Lui la guardò per un lungo istante in silenzio, poi una luce improvvisa parve illuminargli il viso, una luce sadica: il piacere della vittoria.
Andò verso la statua dell’uomo in erezione e le disse di avvicinarsi.
· Apri le gambe! – ordinò.
Daniela ubbidì, aprì le cosce e lui la fece avvinghiare all’uomo di gesso, così stretta che inevitabilmente la virilità della statua doveva conficcarlesi da qualche parte per non forarle il ventre. La spinse con forza e allora Daniela strinse i denti e poi urlò e lasciò che quel rigido arnese le sprofondasse tutto dentro la vagina umida, riempiendogliela dolorosamente.
Poi lui allungò la mano nella parte posteriore della statua e da un vano praticato nel gesso fece uscire delle lunghe cinghie di cuoio con cui immobilizzò la ragazza.
Daniela lo guardò spaventata, ma non fece alcun gesto per impedirgli di legarla: non voleva che si inquietasse ancora, non voleva rinunciare a lui.
Giovanni prese a massaggiarle il culo di nuovo, con più decisione questa volta, sapendo che tanto non avrebbe potuto sfuggirgli.
· Avrebbe potuto essere molto più dolce, sai? – sussurrò lui premendole due dita contro lo sfintere. – Ma tu hai voluto ribellarti e a me non piacciono le bambine ribelli! –
E così dicendo le affondò dentro, con cattiveria, due intere dita. Daniela gridò e scalciò, era la prima volta che le veniva violato lo stretto buchino e la sensazione le parve tremendamente dolorosa. Prese a dimenarsi convulsamente, abbarbicata alla statua di gesso, tentandone un’inutile scalata, ma non aveva la minima possibilità di liberarsi.
· Per favore, liberami… Ti prego! – implorò, ma allo stesso tempo sentiva un gran calore tra le cosce, una sensazione che non aveva mai provato, con nessun altro uomo.
D’improvviso desiderò che quel rigido affare che stringeva tra le cosce diventasse vero, di carne, che fosse il suo e che lui la chiavasse come la volta precedente, ma evidentemente lui aveva altri progetti. Infatti lo sentì abbassarsi i pantaloni, liberare il membro duro e turgido e strofinarglielo tra le chiappe.
· Perchè così?… Così no, per favore! – chiese Daniela allarmata, con la paura, adesso, che stava esplodendole dentro lo stomaco.
· Ti prego, non l’ho mai fatto! – implorò ancora, senza rendersi conto che tutto ciò non avrebbe fatto altro che renderlo ancora più impaziente e frenetico.
Infatti, dopo un attimo, le puntò il glande gonfio tra le natiche e forzò, con una spinta possente dei fianchi. Lei gridò, straziata, implorando di fare piano, ma Giovanni non ebbe alcuna pietà: sprofondò dentro di lei con tutta la sua verga palpitante, ancorandosi ai suoi fianchi e spingendola verso il basso, perchè anche la sua vagina si dilatasse ancor di più attorno al fallo di gesso.
Daniela gridò, pregò, urlò, pianse, si dimenò selvaggiamente, sentendosi letteralmente sfondare, mentre lui, senza pietà, continuava a sodomizzarla.