Storie di Sottomissione

Senza volere fare del “freudismo” di bassa lega, bisogna riconoscere che la frusta ha avuto un’influenza determinante sulla mia sessualità. Dopo avermi mantenuto in uno stadio di infantilismo sessuale, l’impiego di questo umiliante castigo ha determinato l’orientamento della mia libido.

Ed era molto efficace...
Ed era molto efficace...

Vedova molto presto, mia madre si è dedicata anima e corpo alla mia educazione. E per lei l’educazione non poteva concepirsi senza l’amministrazione quotidiana di cocenti e frequenti battute con la frusta. Era di una severità implacabile e meticolosa: “Ugo! Soltanto un 7! Avresti potuto fare di meglio! Bisogna proprio che ti faccia di nuovo il sedere rosso, figlio mio! Togliti i pantaloni, abbassati le mutande e fila a prendermi la frusta!”

Da sempre, quando mia madre mi frustava mi faceva togliere i pantaloni ma non le mutande. Le mutande dovevo mantenerle abbassate alle ginocchia; il perché non mi era mai stato molto chiaro, ma suppongo che fosse per umiliarmi di più mentre andavo a prenderle la frusta. Dopo aver balbettato “Sì, mamma”, infatti, ero costretto ad andare a prendere la frusta camminando a passettini ridicoli, per via delle mutande alle ginocchia, e a culo nudo.

Già, il culo … All’epoca avevo diciotto anni, ero piuttosto grassoccio, e in particolare avevo un sedere molto grosso. Era il mio complesso … queste due masse posteriori straordinariamente carnose, bianchicce, e ballonzolose. Però le frustate erano così frequenti e così sistematiche che sinceramente non mi traumatizzavano. Per me allora era inimmaginabile passare un solo giorno senza presentarmi, a natiche nude, piegato sul tavolo, sussultando sotto le frustate di mia madre. Queste sessioni sotto la frusta erano integrate nel mio modo di vita così come dormire, bere o mangiare. Le zebrature rosse sulle mie polpe sparivano dopo un’ora, così che le mie grandi natiche erano di un biancore immacolato quando occorreva nuovamente presentarle umilmente per delle altre frustate, due o tre ore più tardi.

Anche gli umilianti rituali imposti da mia madre per mortificarmi non servivano più. Li eseguivo come un robot. “Alé … a culo nudo, figlio mio!”, ordinava immancabilmente mia madre. Allora dovevo piegarmi sul tavolo, incavare le reni, offrire i glutei nel loro più ampio sviluppo, mantenerli ben rilassati sotto i colpi, contarli a voce alta e chiara (una minima esitazione ed erano dieci colpi supplementari) e, una volta terminata la punizione, pronunciare mortificanti parole di ringraziamento e chiedere di nuovo di essere perdonato.

Da qualche anno mia madre si è risposata e adesso muoio di vergogna e di eccitazione quando mi amministra le mie sacrosante frustate quotidiane in presenza del mio nuovo patrigno. Credetti di morire dalla vergogna e l’umiliazione quando dovetti per la prima volta abbassarmi lentamente le mutande dinanzi a lui, scoprire le mie natiche enormi e gelatinose e offrirle indecentemente come un grosso mappamondo di carne. E lo stesso quando fui costretto pronunciare i rituali ringraziamenti: le parole umilianti mi si strozzavano in gola, “Grazie, mamma per avere preso la briga, ancora una volta, di frustarmi. Ti chiedo perdono e ti prego di mostrarti sempre inflessibile nel frustarmi duramente quando sbaglio”

Immaginatevi questo discorso pronunciato in voce palpitante, scosso da singhiozzi, da un ragazzo di diciotto anni suonati, grasso, che mostra a quello che era

erano il Paradiso...
erano il Paradiso...

allora un beato sconosciuto un paio di natiche gigantesche, ancora percorse da spasmi nervosi dopo i colpi ricevuti, e striate in ogni senso da strisce rosse! Immaginate anche la marcia lenta – e resa ancora più imbarazzante dalle mutande alle ginocchia – di questo ciccione che si dirige verso l’angolo, coscente dei ridicoli sussulti nervosi che ancora agitano le sue grosse natiche, e costretto a restare per mezz’ora con le mani sulla testa. Fu proprio quella prima volta di fronte al mio nuovo patrigno che sentii dei pruriti piacevoli pervadermi il pistolino. La sera, nel mio letto, sperimentai una formidabile estasi masturbatoria rivivendo la scena.

Adesso, sono narcisisticamente innamorato del mio enorme sedere, e ogni volta che mi trovo a esporlo nell’angolo provo sensazioni contradditoriamente deliziose: un miscuglio di vergogna, di dolore, di umiliazioni verbali e soprattutto la consapevolezza degli sguardi del mio patrigno sulle mie grasse chiappe arrossite dalla frusta. La sera, in camera mia, mi metto davanti allo specchio, mi abbasso i pantaloni del pigiama, inarco le natiche e le osservo agitarsi e sussultare, mentre le contraggo mimando le frustate ricevute durante la giornata. Il tutto finisce sempre con un raspone fenomenale.

Ora ho ventidue anni e sono ancora sottoposto a questo regime disciplinare quotidiano, e il numero e la severità delle frustate non hanno fatto che aumentare da quando ho cominciato a frequentare l’università.