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Frustate sculacciate

Punizioni corporali – Capitolo 2

Come ho già detto (vedi Capitolo 1) ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre fuori Roma, e da un anno circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre e a frequentare di nuovo l’università. Un anno fa, appena tornato, mi sarebbe sembrato delirante tornare ad essere sottoposto a questo tipo di disciplina. Ora invece non solo mi sembra normale ma addirittura desiderabile. Mi rendo conto in questo momento che purtroppo i due anni passati vivendo solo all’estero avevano insinuato in me un pericoloso senso di indipendenza. Di fatto il mio comportamento era divenuto indocile e ribelle e caratterizzato da una sistematica indisciplina verso me stesso e i miei genitori.

Ora invece, per fortuna, le cose sono tornate ad essere normali. Ieri sera, per esempio, mio padre mi ha picchiato per essere rientrato tardi. Appena entrato in casa, mi ha preso per un orecchio e mi ha trascinato nella dispensa. Dopo aver chiuso la porta mi ha abbassato lui stesso i pantaloni e le mutande e mi ha fatto piegare a pancia in giù sul tavolo. Poi si è sfilato la cintura dei pantaloni. Improvvisamente mi sono ricordato le mille volte che mi ero trovato in quella posizione, aggrappato al tavolo, nudo dalla vita in giù e pronto per essere frustato. Mi ha punito a dovere. D’improvviso ho udito un sibilo e subito dopo lo schiocco umiliante della prima cinghiata sulle natiche nude. E per i successivi quindici minuti, con calma, metodicamente, mio padre mi ha frustato il culo di santa ragione. Alla fine le mie natiche e le mie cosce erano letteralmente in fiamme e mio padre mi ha ordinato di rimettermi in piedi, in un angolo della dispensa colla faccia al muro, come sempre accadeva al termine delle mie punizioni.

E come sempre era accaduto fino a due anni prima, mi sono dovuto dirigere verso l’angolo colle mani a coprirmi il pube; perché come sempre, mentre mio padre mi picchiava, il mio cazzetto si era fatto durissimo. E come sempre, quando mio padre se ne é uscito ho cominciato a spararmi una sega pensando a quello che era appena successo. Con gli occhi chiusi ho preso a toccarmi il cazzetto: pensando all’umiliazione che avevo appena subito, risentivo nelle orecchie gli schiocchi umilianti delle frustate e il loro bruciore sulle mie chiappe nude che traballavano arrossite e gelatinose sotto il morso dello staffile e sono tornato a provare gli stessi brividi di piacere di due anni prima. Pensavo che, a differenza dei miei amici, a 31 anni io ero ancora obbligato a denudarmi per essere frustato da mio padre. Pensavo che finalmente ero di nuovo a casa, di nuovo sottoposto alla disciplina di mio padre e mia madre, di nuovo sottomesso all’umiliazione della frusta.

E sono venuto, sporcando oscenamente il muro di sperma.

* * *

Alcune considerazioni. Ho detto che sento giusto e desiderabile il fatto di essere ancora punito colla frusta. E’ perché due anni solo mi hanno confermato ciò che già sapevo: che il mio carattere é debole, bisognoso di una guida sicura e, soprattutto, severa. Sono stato cresciuto per obbedire e sono sempre stato castigato duramente quando non l’ho fatto. Sono immaturo, e la decisione migliore per me l’hanno presa alcuni mesi fa ancora una volta mio padre e mia madre, obbligandomi a continuare a vivere con loro. A questo si aggiunga che essere sottoposto a punizioni corporali mi eccita: quando mi annunciano una punizione il cazzetto mi diventa duro all’idea che di lì a poco striscerò nudo come un verme urlando sotto i colpi di cinghia e pregando mio padre che smetta di frustarmi. Questo perché – ne sono certo – l’educazione repressiva che ho sempre ricevuto mi ha reso masochista. Trovo che non ci sia niente di più eccitante di doversi denudare completamente, inginocchiarsi e presentare le natiche nude al castigo: adoro udire il sibilo della cinghia che fende l’aria e lo schiocco umiliante che provoca sulla pelle nuda e tesa di natiche, cosce e spalle. E faccio apposta a comportarmi male per essere frustato.

L’altro ieri, per esempio, ho lasciato cadere uno dei pacchetti del supermercato; mia madre mi ha sgridato e, davanti a tutti i clienti, mi ha detto che la facevo disperare e che a casa mi avrebbe frustato il sedere nudo a dovere. E quando siamo arrivati a casa mia madre mi ha prima sculacciato e poi fatto frustare da mio padre. Ho dovuto denudarmi completamente e stendermi sul letto, mettendomi un cuscino sotto la pancia perché il sedere rimanesse ben sollevato. Quando ho sentito il fruscio della cinghia di mio padre ho cominciato a roteare oscenamente le anche come una cagna in calore. Poi mio padre ha cominciato a frustarmi ordinandomi di contare a voce alta e di ringraziare ad ogni cinghiata chiedendo che me ne desse un’altra. Già rosse per la sculacciata manuale, le mie natiche sobbalzavano tremolanti sotto le frustate e il bruciore era sempre più forte, così come sempre più duro era il mio cazzetto. Vedevo mia madre osservare compiaciuta la mia punizione e la sentivo dire a mio padre di continuare a frustarmi e di picchiarmi più forte. Ma mio padre non aveva certo bisogno di incoraggiamenti. Quando mi frusta non smette mai fino a quando non mi sente guaire e non mi vede letteralmente ballare sul letto colle natiche striate di colpi.

E sempre senza pietà
E sempre senza pietà

26 ottobre 1990

Mi ricollego all’ultima frase scritta ieri. Dicevo che mio padre mi frusta fino a quando non guaisco. E’ esattamente quello che è successo oggi. Ero in bagno, seduto sul cesso a occhi chiusi, e mi stavo masturbando pensando alla punizione di ieri sera. Ero eccitatissimo: i segni dei colpi erano ancora ben visibili su natiche e cosce e provavo veri e propri brividi di piacere sfregando le une e le altre sull’asse del cesso. Quando d’improvviso si é aperta la porta che nella fretta avevo dimenticato di chiudere ed é entrato mio padre. Io mi sono alzato, col cazzetto ridicolmente duro e la testa bassa, e ho fatto per dirigermi verso la dispensa dove già molte altre volte in passato mio padre aveva cercato di togliermi il vizio di spararmi una sega a suon di cinghiate. Ma mio padre mi ha fermato.

“Resta dove sei. Anzi, mettiti a cavalcioni sul bidè e solleva bene il culo. Stavolta ti strappo la pelle!” Appoggiato al bidè e aggrappato ai tubi dell’acqua ho sentito il suono familiare prodotto dalla cintura che mio padre si stava sfilando. Poi é cominciata la danza. Mio padre mi frustava a colpi lenti ma sempre più forti, intercalando ogni colpo con un rimprovero. Ad un certo punto ho chiuso gli occhi e sono rimasto a godermi quell’umiliazione fino in fondo. Strusciando l’uccello contro il bordo del bidè ad ogni schiocco della cinghia sulle natiche provavo brividi di piacere. Mi misi ad ascoltare attentamente i rimproveri.

“Sei un indecente … SWISHHHSCIAK! … vediamo … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … se a suon di … SCIACK! SCIACK! … frustate … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … ti passerà il vizio … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … di masturbarti … SWISHHHSCIAK! SCIACK! SCIACK! SCIACK! … maiale!”

E a poche frustate dalla fine sono venuto come un maiale in calore, sussultando e riuscendo a far coincidere ogni schizzo di sborra sul fondo del bidè con ogni cinghiata che ricevevo sulle natiche ormai in fiamme. Col cazzetto gocciolante a penzoloni nel bidè ho ricevuto le ultime 20-25 frustate e ogni schiocco sulla pelle nuda riusciva ancora a darmi brividi di voluttà. Nello sporgermi più in alto per offrire meglio le natiche alla cinghia pensavo che generalmente il cazzetto comincia a diventarmi duro ben prima che mio padre inizi a frustarmi. Mi rendo conto che è il solo pensiero delle frustate che sta per somministrarmi che mi eccita: soprattutto mi eccita l’umiliazione tremenda di essere ancora così totalmente sottoposto alla disciplina della sua cinghia di cuoio.

E l’umiliazione gioca un ruolo importante nelle punizioni a cui mi sottomette.

* * *

Ricordo che quando avevo 25 anni, un giorno al mare mi misi a spiare mia madre dal buco della serratura della cabina. Che bella che era mia madre tutta nuda! Con l’occhio appiccicato al buco, la guardavo colla bava alla bocca mentre lei si asciugava quelle grosse tettone e si passava l’asciugamano nel solco delle chiappe sode; e il mio cazzetto si fece immediatamente duro. All’improvviso mi sentii esplodere un ceffone micidiale sull’orecchio destro che mi sconquassò la testa come una cannonata: senza che io me ne accorgessi, alle mie spalle era arrivato mio padre! Mi afferrò per l’orecchio già dolorante e mi schiacciò la faccia contro la porta della cabina. Quando mia madre aprì la porta nell’udire il colpo, mio padre mi trascinò dentro e si chiuse la porta alle spalle. Quando fummo soli nel caldo soffocante della cabina mia madre gli chiese che fosse successo, e mio padre le disse: “Questo brutto maiale! Ti stava spiando dal buco! Ma stavolta gli faccio rimpiangere di essere nato, gli strappo la pelle dal culo! Mettiti nudo!”.

Mi fece togliere il costume e, torcendomi atrocemente l’orecchio, mi fece inginocchiare alle spalle di mia madre che, intuendo il gioco, si chinò in avanti e si spalancò le natiche colle mani. Mio padre, allora, mi spinse la faccia tra il solco delle chiappe nude di mia madre e mi ordinò di tenercela schiacciata contro mentre si sfilava una ciabatta di gomma per picchiarmi il culo. A quel punto mia madre mi ordinò di baciarle l’ano infilandoci la lingua, e mentre lo facevo lei mi afferrò la testa e me la spinse ancora più in dentro e poi tirò una scoreggia. Sepolto nelle chiappone di mia madre, colla bocca e il naso schiacciati contro il buco del culo, mi sentii soffocare. E mentre rassegnato mandavo giù quella bolla d’aria calda e puzzolente, mio padre cominciò a picchiarmi il culo colla ciabatta. Me le diede fino a farmi venire le vesciche sulle natiche. Poi si fermò e mi ordinò di uscire. Uscii colle cosce rosse per i colpi e, uscendo dietro di me, mio padre disse:

“E questa sera a casa te le do colla frusta!”

Vidi i miei amici che ovviamente avevano potuto udire ogni minimo particolare di quella battitura guardarmi ghignando divertiti. La sera, appena rientrati in casa, mio padre mi ordinò di andare in camera mia e di “prepararmi”. Ero stralunato. Ancora. Non avrei mai pensato che quando mi aveva detto che mi avrebbe frustato lo avrebbe voluto fare davvero. E stralunato me ne andai in camera mia. Appena giuntovi mi misi a guardare fuori dalla finestra. Vidi luci, animazione, giovani che parlavano, chiaccheravano e ridevano, dandosi appuntamento per quella sera. E provai un feroce istinto di ribellione, fatto di invidia verso quei giovani così indipendenti e di angoscia, di vero e proprio terrore per la frusta di mio padre. A quell’età, nonostante fossi da sempre abituato ad essere frustato ad ogni più piccola mancanza, non comprendevo ancora la validità morale ineccepibile di quei castighi né ancora avevo sviluppato il sano piacere di esservi giornalmente sottoposto. Per cui l’idea che di lì a poco mi sarebbe di nuovo toccato assaggiare la cinghia sul culo nudo letteralmente mi angosciava, e pensai che quella volta avrei rifiutato di sottomettermi al castigo.

Ma quando mio padre entrò richiudendosi la porta alle spalle, la paura di ricevere una razione doppia di frustate mi ridusse a molto più miti consigli. E quando vide che avevo disobbedito e non mi ero spogliato da solo disse che mi avrebbe somministrato trenta frustate in più. Cominciai a piagnucolare, pregandolo che non mi frustasse. Ma non ci fu niente da fare, naturalmente, e prese lui stesso ad abbassarmi il costume da bagno che ancora indossavo. Quando fui nudo come un verme, mi afferrò per le spalle girandomi colla faccia verso la parete e mi ordinò di inginocchiarmi sul letto, col sedere in aria. Poi iniziò a sfilarsi la cintura dai pantaloni.

Mentre mi abbassavo lo vidi ripiegare la cintura nella mano destra e mettersi di fianco a me. Colla mano sinistra mi afferrò per il collo mantenendomi piegato in ginocchio, e cominciò a frustarmi. Non so per quanto tempo mio padre mi frustò: ricordo solo che mi misi a piangere fin dalla prima cinghiata, più per l’umiliazione che per il dolore. Ripensavo all’umiliazione delle sculacciate in cabina e alle facce ironiche dei miei amici quando ne ero uscito seguito da mio padre che ancora impugnava la ciabatta di gomma colla quale mi aveva appena picchiato. A quel tempo non mi conoscevo bene come adesso e non riuscivo ancora a capire che quelle punizioni erano assolutamente indispensabili.

Quella sera, a quattro zampe sul letto, udivo solo lo schiocco della cintura sulle natiche e pensavo che nessuno dei miei amici veniva frustato alla mia età e che, ancora più probabilmente, nessuno di loro aveva mai dovuto subire, nemmeno da piccolo, l’umiliazione di una battuta colla frusta. Eppure fu proprio quella sera che cominciai ad apprezzare l’importanza di essere disciplinato; e fu perché quella sera, per la prima volta, provai piacere nell’essere picchiato. Mio padre mi stava frustando il sedere nudo come una cavalla, tenendomi inchiodato carponi sul letto colla mano sinistra e cinghiandomi natiche e cosce colla destra.

E ad un certo punto mi accorsi che il cazzetto mi stava diventando duro. Erano le ultime cinghiate, me ne accorsi perché la morsa sul mio collo si andava allentando; e in effetti mio padre mi diede solo altre 10 o 15 frustate e poi si fermò. In quell’istante il bruciore fortissimo delle mie natiche in fiamme cominciò a irradiarsi al mio cazzetto attraverso brividi pulsanti; e senza spiegarmene il motivo provai il desiderio che mio padre ricominciasse a frustarmi subito. E subito gliene diedi il motivo, perché mi rifiutai di alzarmi per andare a mettermi in un angolo colla faccia rivolta alla parete, come sempre dopo un castigo. Ricordo che ero ancora a quattro zampe sul letto, colla testa appoggiata al cuscino e il sedere ancora in aria: udii mio padre dire “che hai detto?” e colla coda dell’occhio lo vidi afferrare la cintura che aveva buttato di fianco a me sul letto dopo avermi frustato.

Mi sentii sollevare di peso per un orecchio e la punizione ricominciò. Tenendomi per l’orecchio sinistro, mio padre mi fece fare almeno dieci volte il giro della stanza a frustate. Saltellando come impazzito per il bruciore delle cinghiate, finalmente mi arresi e mi andai a mettere nell’angolo colla faccia al muro. Mio padre mi ordinò di spingere bene in fuori il culo nudo e mi assestò un’altra ventina di colpi di cinghia sulle chiappe. Ma questo non servì a placarlo, sicché mi disse:

“Visto che le cinghiate normali non ti bastano, domani compro una frusta da carrettiere e comincio ad usare quella! E adesso resta dove sei che per il momento ti frusto colla cinghia dalla parte della fibbia!”

Mi misi a piangere come un isterico, lo implorai che non ricominciasse a frustarmi, ma non ci fu niente da fare. La prima frustata mi mozzò il fiato: la fibbia era andata a schiantarsi con una violenza micidiale sulla mia schiena e le gambe mi si piegarono. Mio padre mi aveva frustato spesso sulla schiena in precedenza, ma non aveva mai usato la cintura dalla parte della fibbia, e quella prima volta fu davvero una tortura. Cadendo in ginocchio, presi a contorcermi sotto i colpi come un serpentello impazzito, urlando come un ossesso e piangendo a dirotto. Ma mio padre non smise di frustarmi finché non mi ebbe fatto la schiena viola.

Ripensandoci ora, quella punizione mi fa sorridere.

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Educazione severa Punizioni

Punizioni corporali – Capitolo 1

“A che ora ti avevo detto di tornare?”

Sarebbe stata una lunga notte. Era sempre una lunga notte quando cominciava così; prima gli gonfiava la faccia di schiaffi, poi lo faceva spogliare nudo, si toglieva la cintura dei pantaloni e lo frustava fino a quando aveva il braccio stanco.

Potrei continuare a scrivere questa storia in terza persona, come se stessi scrivendo un romanzetto sadomaso di quelli con cui mi masturbavo a vent’anni, quando l’idea di un adulto frustato dai suoi genitori me lo faceva diventare duro. Ora che di anni ne ho 32 quelle fantasie giovanili sono diventate realtà, e sento che il mio scopo nella vita l’ho raggiunto. Fra cinque minuti, infatti, non sarà un protagonista di carta a doversi togliere i pantaloni, abbassarsi le mutande e mettersi in piedi in un angolo della mia stanza colla faccia rivolta alla parete. Alle 8 precise sarò proprio io a vedere entrare mio padre in questa stanza, togliersi la cintura dei pantaloni e dire “Sdraiati sul letto ché ti frusto!”, sarò proprio io a beccarmi sul culo nudo tutte le cinghiate che vorrà amministrarmi. Sarò proprio io, quando lui avrà finito di lavorarmi le chiappe nude colla cinghia, ad avere il culo striato di rosso per “disfattismo”. Proprio come quello che madri in reggicalze nero, poppe al vento e frusta alla mano finivano sempre per fare ai miei eroi dei romanzetti sadomaso e che mi faceva sborrare sugli umilianti “Scciaaack!” e “Aaahhh!” di quelle pagine.

* * *

Ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre a Torino, e da tre mesi circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre. Che

Mia madre pronta con la cinghia
Mia madre pronta con la cinghia

mi hanno obbligato a ri-iscrivermi all’università e che mi castigano a nerbate quasi tutti i giorni. Se solo un anno fa, quando vivevo solo a Torino, qualcuno mi avesse prospettato un’ipotesi tanto delirante mi sarei messo a ridere. Sul momento, voglio dire, e celando l’eccitazione perversa che mi avrebbe pervaso; perché la notte la mia mano sarebbe scesa in basso al ventre a cercare il bastone di carne duro. E lo avrebbe scrollato nervosamente al suono sibilante delle cinghiate che nella mia mente avrebbero feso l’aria; e ne avrebbe raccolto lo spruzzo di sborra appiccicoso che lo avrebbe afflosciato mentre il mio culo nudo sarebbe arrossito ondeggiando sotto i colpi di cinghia di mio padre; e avrebbe continuato a strizzarne la carne ormai floscia mentre le mie urla avrebbero implorato che la cinghia smettesse di battere la pelle nuda.

Dicevo che fra poco mio padre mi frusterà il culo nudo per “disfattismo”. E’ cominciato tutto in agosto di quest’anno. Ero ritornato da pochi giorni da Torino, dopo aver concluso in modo fallimentare il mio periodo alla Fiat. Ai miei non era mai andata giù l’idea che io me ne fossi andato da Roma tre anni fa; inoltre avevano sempre considerato lavorare per la Fiat come uno sfizio capriccioso, un gioco, ma in nessun caso un lavoro vero, perché per la loro mentalità gli unici lavori veri erano e sono quelli che si fanno a) a Roma e b) in un grande magazzino (mio padre è direttore di un grande magazzino, appunto). Pochi giorni prima di partire da Torino mi trovavo in uno stato di depressione profonda, ancora peggiore di quella che mi aveva accompagnato per tutti i tre anni della mia permanenza al nord. Mentre facevo le valigie, i miei pensieri correvano alla meraviglioso primavera del 1986, quando tutto era cominciato all’insegna di una incrollabile fiducia in me stesso. Avevo appena conosciuto Clotilde, e il mondo mi sorrideva, era lì per me da prendere e la carriera alla Fiat, a Torino, avrebbe significato la possibilità di sposarci. Poi avevo calato le braghe (in senso metaforico, non come adesso quando mi frustano), me ne ero scappato a Torino senza sposare Clotilde; ed era questo che avevo continuato a rimpiangere amaramente per i successivi tre anni.

Ma, come dicevo, mentre chiudevo la ultima valigia, nella depressione che sentivo c’era qualcosa di più. C’era l’immagine della faccia tripilante dei miei nel vedermi tornare; c’era la tronfia espressione di sicumera con cui mi avrebbero detto: “Ora ti troverai un lavoro vero!”; c’era, infine, l’angoscia di ritornare a sentirmi incalzare, di sentirmi “battere sul tempo” per dirla con una delle espressioni favourite di mia madre, perché non mi “adagiassi sugli allori” (una delle espressioni favorite di mio padre), perché non perdessi nemmeno un minuto per trovare immediatamente un lavoro “vero”. E quando finalmente arrivai a Roma, il mio umore era alcuni chilometri sottoterra: tutto quello che avevo previsto si stava puntualmente verificando, giorno dopo giorno. E più mi “incalzavano” più io mi deprimevo, fino ad arrivare al punto di passare intere giornate ascoltando allucinato le prediche senza fine che mi venivano sciorinate ventiquattr’ore al giorno.

E finalmente, una sera d’agosto appunto, l’incredibile successe: le presi colla cintura dei pantaloni.

Perché mio padre aveva deciso che “ … basta! Non se ne può più di quella faccia da cane bastonato!” e pataschiaaff! giù il primo ceffone. Al quale cominciarono a seguirne molti altri, che tentai di riparare in qualche modo colle mani; ma senza un gran esito, perché mio padre era incazzato nero e mi stava dando la ceffonata più dura che mi avesse mai dato. E prima ancora che potessi riprendermi dallo shock seppi che “… a frustate ti prendo ora, così almeno quella faccia la farai per qualcosa! Tirati giù i pantaloni!”

Si era tolto la cintura e l’aveva ripiegata nella mano destra, e io ero troppo scioccato per dire o fare qualsiasi altra cosa che non fosse stata quella che mi era appena stata ordinata. Era martedì 14 agosto 1990 e per la prima volta in vita mia stavo per essere picchiato colla famigerata “cintura dei pantaloni” che tante volte era ricorsa nelle minacce di castigo infantili; e mentre mi abbassavo i pantaloni, colla testa completamente nel pallone, mi misi a pensare quando fosse stata l’ultima volta che le avevo prese. Era un pensiero assurdo ma … tutto era assurdo in quel momento! “Anche le mutande! … a culo nudo! … te la faccio passare io la voglia di fare il lanuto mangiapane a ufo!”

Nudo!

Per la prima volta in vita mia non solo stavo per prenderle colla cinghia dei pantaloni, ma sul culo nudo anche, come un ragazzino di dodici anni “… e faccia al muro!”. Era stato quando avevo ventisette anni che mio padre me le aveva suonate per l’ultima volta. Me lo ricordai voltandomi verso la parete, e credo che me lo ricordai perché l’aria che entrava dalla finestra mi stava solleticando le natiche nude.

Già, nudo! Ero di nuovo nudo per essere picchiato, e un senso di eccitazione perversa percorse la ventrale del mio cazzetto (6 centimetri quando è in tiro!), facendomelo indurire all’idea del senso di sottomissione col quale mi apprestavo a farmi picchiare. La prima cinghiata mi colpì il culo sudato con uno schiocco sinistro, e il bruciore intensissimo mi indurì il cazzetto come non lo era mai stato. Alla seconda cinghiata abbassai la testa per guardarmelo: la vidi corto e duro che sembrava una salciccetta, e ricordai che non era mai stata abbastanza per soddisfare una donna . E a questo pensiero mi si fece ancora più duro.

Avevo una voglia tremenda di farmi una sega, e più mio padre mi frustava il culo, più ne avevo voglia e …

… che ficata che era prenderle colla cinghia a culo nudo! Mio padre mi stava frustando come un ciuco e non risparmiava di cinghiarmi anche la parte posteriore delle cosce; avevo il culo in fiamme e la testa pure, pensando al dopo. Perché se quella battuta che stavo prendendo, oltre che per essere una battuta in se stessa, era così umiliante, questo significava che avrebbe rappresentato un precedente. Mi domandavo con che faccia avrei di nuovo guardato in faccia mio padre e mia madre; soprattutto come sarebbero cambiati i nostri rapporti, se mi avrebbero di nuovo fatto tirar giù le mutande e frustato a culo nudo tutte le volte che ne avessero avuto un motivo.

E mi piaceva quell’idea, mi eccitava da morire l’idea di prenderle colla frusta sul culo nudo come un ragazzino! E mentre la cinghia mi mordeva le chiappe pensavo che sottile eccitazione sarebbe stata in futuro sentirmi dire da mio padre cose come: “Giù i pantaloni, ché ti frusto!” o un lapidario: “Stasera ti frusto!”; che sottile eccitazione sentirmi dire da mia madre: “Ora te le do col battipanni!”; che sottile eccitazione tirarmi giù le mutande sotto i suoi occhi e sdraiarmi a pancia in giù sul letto per farmi picchiare il culo nudo; che sottile eccitazione esibirmi in un ridicolo balletto mentre lei mi avrebbe fustigato le cosce nude col manico del piumino; che sottile eccitazione doverla implorare di smettere di bastonarmi la schiena nuda colla scopa; che sottile eccitazione, a 32 anni, essere sottomesso in modo così umiliante a mio padre e mia madre!

* * *

Bene, per quanto riguarda i rapporti con mio padre e mia madre ho scoperto tutto un mondo nuovo a partire da quella sera. Innanzitutto ho scoperto che quel regime di sottomissione era assolutamente possibile nonostante la mia età: la mia remissività di quella sera ha fatto sì che la realtà perdesse di significato, al punto da rendere non solo possibile ma addirittura credibile il fatto che a 32 anni io venga castigato e battuto come un ragazzino di dodici. In secondo luogo ho scoperto che i miei non hanno veramente bisogno di un motivo per farmi tirar giù le mutande e frustarmi il culo nudo: di fatto ci sono tutta una serie di battute che prendo solo perché “me le merito”.

Da ultimo – e questa è forse la scoperta più interessante – ho notato che la mia remissività ha spinto i miei a rendere questo regime disciplinare ancora più inverosimilmente umiliante di quello a cui potrebbe essere sottoposto un ragazzino di dodici anni. Basti pensare che quando mi picchiano, se non è sul momento, mi fanno denudare completamente e mi chiudono nello sgabuzzino legato! Sissignori (che tra parentesi è diventato l’unico modo in cui devo rispondere a mio padre e mia madre quando sono interrogato), legato: mi legano mani e piedi e mi lasciano lì magari anche delle ore prima di venire a suonarmele. Ieri mia madre ha scoperto che mi ero masturbato nella salvietta del bidè e, dopo avermi fatto una faccia così di schiaffi, mi ha legato nudo nello sgabuzzino al buio, e ogni mezz’ora veniva a bussare alla porta e a dirmi: “Stasera vedi come ti faccio conciare da tuo padre! Neanche colla cinghia! … collo staffile te le faccio suonare!”.

E io là dentro col mio cazzetto duro che non mi potevo neanche toccare, perché le mani me le aveva legate ai ganci delle scope! Io là dentro a eccitarmi come un maiale mentre lei parlava di farmi staffilare, col cazzetto gonfio e puzzolente che ormai, ne sono sicuro, doveva essere violacea dall’eccitazione. Maremma maiala, collo staffile … quello sì che è un modo umiliante di prenderle! Perché quando mi scudisciano mi legano i polsi all’attaccapanni e le caviglie al battiscopa, lasciandomi però slegato in vita perché, dicono, vogliono vedermi dimenare il culo sotto le frustate. E prima di staffilarmi, mio padre mi fa sempre il culo rosso colla cintura dei pantaloni: mi acchiappa forte per un orecchia e mi dice: “Ora ti frusto il culo, lavativo!” e poi comincia a picchiarmi di santa ragione il culo nudo colla cintura e dice: “Le senti le cinghiate sul culo, lazzarone?” e io: “Sissignore! … “ e lui: “Benissimo! Da oggi in poi ti frusto tutte le sere … vediamo se impari a ubbidire!” e io che cerco di nascondere il più possibile il cazzetto duro che mi ondeggia tra le gambe a ogni cinghiata.

Mia madre, che osserva la scena, non si risparmia i commenti, naturalmente: “Più forte … dagliele belle secche a quel disgraziato! … lasciagli i segni!”. Ed è poi lei che stabilisce quando devo essere staffilato: “Lo staffile, ora frustalo collo staffile!”. Mio padre naturalmente non si fa pregare e, dopo avermi legato le mani all’attaccapanni e i piedi al battiscopa, afferra lo staffile, si piazza un paio di metri dietro di me e … sciaaack! … giù la prima staffilata sul culo!. E mia madre dietro: “Strappagli la pelle delle natiche a questo disgraziato! … più forte, fagli ballare la furlana!”.

La schifosa! Sì, schifosa, perché uno generalmente non ci pensa mai, non osa pensare che anche i propri genitori possono fare certe cose; ma poi, quando arriva a subire certi eccessi, si rende conto che sì è possibile che le facciano. Per esempio, io sono sicuro che ieri sera la schifosa si è messa dietro la porta di camera mia ad origliare mentre mio padre mi scudisciava. E sono sicuro che si stava sgrillettando come una vecchia troia spiandomi dal buco della serratura mentre strisciavo nudo come un verme, urlando e piangendo sotto le frustate. La schifosa! Mi picchia il culo nudo col battipanni fino a farmi venire le vesciche quando sospetta che io mi faccia le seghe! Ma questo è ancora niente. Bisogna vedere che mi fa quando scopre che ho le mutande sporche: quello sì è l’acme dell’umiliazione! Entra in camera mia come una furia: nella mano sinistra brandisce un paio di mutande, nella destra la frusta che hanno comprato apposta il mese scorso per picchiarmi. Sventolandomi le mutande sotto il naso mi urla: “Che cos’è questo, eh … ?!? Ti sembra la maniera di … guarda qua, maiale! … ma ora te la faccio vedere io!” e mi infila le mutande in testa come un cappuccio, colla parte sporca di merda proprio davanti al naso. Mi tolgo i pantaloni e le mutande per farmi frustare.