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Attesa eccitante punizione in attesa

Umiliazione in attesa della punizione

(Segue)

Quando ebbe riappeso, sentii un calore improvviso: le orecchie mi diventarono rosse e provai voglia di vomitare. La realtà era arrivata come un pugno nello stomaco. Mi diressi verso il bagno e mi sembrava di camminare su un materasso tanto le mie gambe erano molli. Mi chiusi dentro e mi abbassai i pantaloni e le mutande e mi sedetti sul cesso, anche se non provavo la benché minima voglia di cacare. La testa mi ronzava e mi sembrava di vivere un sogno: non potevo, non riuscivo a credere all’idea di prenderle colla frusta. Cominciai a sentire dei brividi e mi accorsi che stavo tremando: ma soprattutto mi accorsi che il mio cazzetto si era fatta duro. Cominciai a toccarmelo e provai un senso di eccitazione e di inspiegabile euforia: presi a spararmi una sega selvaggiamente, eccitandomi all’idea delle frustate, e invece che eiaculare nella salvietta come al solito spruzzai contro l’oblò della lavatrice.

E come era successo la notte prima a letto, quando il cazzetto mi si afflosciò cominciai di nuovo a pensare all’umiliazione di un castigo colla frusta, alla vergogna di dovermi denudare per essere picchiato, al senso di sottomissione che implicava farsele suonare colla cinghia dei pantaloni. Cominciai ad avere di nuovo paura e a sentire lo stomaco stretto in una morsa. Ma, ancora una volta, non durò molto: in pochi minuti cominciai a risentire brividi di eccitazione e il cazzetto ancora gocciolante, tornò a farmisi dura. Mi masturbai ancora, e mi sborrai nella mano. E per tutto il pomeriggio la storia si ripeté uguale: ogni venti minuti mi chiudevo in bagno e mi masturbavo come un ossesso, fino a consumazione. Verso le sette di sera avevo il cazzetto violaceo e talmente infiammato che persino sentirlo strusciare nelle mutande mi faceva male.

Ma bisogna dire che quella sera le mutande non le indossai davvero molto: mio padre cominciò a frustarmi appena arrivato a casa. Mi disse di andare in camera mia e di restarci; il tempo di cambiarsi ed entrò, in ciabatte e con i pantaloni da casa che però, notai, per la prima volta erano sostenuti da una vecchia e consunta cintura di cuoio nera.
“Per cui il signorino potrebbe fare molto di più, eh? … Benissimo, visto che prenderti a schiaffoni non basta, a partire da stasera ti frusto!” disse cominciando a sbottonarsi la cintura dei pantaloni.

Io guardavo come impitonito le mani di mio padre aprire la fibbia e sfilarsi la vecchia cintura nera, e non credevo a quello che stavo vedendo. Ma pi ancora non credevo alla reazione che quello spettacolo sinistro mi stava provocando: avevo il cazzetto duro come un bastone! Poi mio padre ripiegò la cintura in due e cominciò a darmi delle cinghiate sulle gambe. Per sottrarre le cosce a la cinghia iniziai così un ridicolo e umiliante balletto intorno alla stanza, con mio padre dietro che mi rincorreva somministrandomi sul fondo dei pantaloni le prime frustate della mia vita. Facevano uno schiocco sordo, come una serie di tonfi sibilanti sulla lana dei pantaloni. Ogni volta che passavo davanti allo specchio a muro appeso di fianco alla finestra mi vedevo sobbalzare in avanti, ma dopo cinque o sei cinghiate mi accorsi che lo facevo più per paura che per dolore. Cominciai a pensare che prenderle colla frusta non era poi così spaventoso come me lo ero immaginato; anzi, il lieve bruciore che provocavano le cinghiate e il vedermi sobbalzare sotto i colpi in modo così goffo e umiliante davanti allo specchio mi eccitò ancora di più. E quando, dopo una ventina di colpi, mio padre smise di frustarmi mi sentii addirittura felice all’idea che a partire da quella sera ogni mio castigo sarebbe stato a base di frustate, e non di ceffoni sulla faccia che facevano un male tremendo.

(segue – ultima parte)