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catena sul clitoride

Catenella unisce e tira capezzoli e clitoride

Più ti agiti e peggio è… – furono le uniche parole che dicesti, sistemandomi la gonna, facendo passare la catena oltre il bordo della vita e lasciandola ciondolare sopra come una cintura brillante. Ti alzasti e mi venisti di fronte inchiodandomi con uno sguardo brillante e vivido ma fermo.
- ora ti slego i polsi. Prova solo un gesto e le tieni fino a stasera…- Il cuore nel petto pareva volermi uscire. Attendesti che recuperassi un minimo di controllo e mi sciogliesti le corde. Sentii appena la fitta dei muscoli contratti. Mi togliesti anche la gag-ball che mi fece sospirare di sollievo riattivando la deglutizione. Con molta attenzione m’infilasti il golf e mi porgesti la giacca a vento. Spalancai gli occhi incredula
- non posso muovermi così! – protestai disperatamente
- oh povera miciotta- esclamasti con un calore che quasi mi convinsi d’averla spuntata
- puoi benissimo camminare! Solo non potrai fare una camminata stretta – Sogghignasti facendo crollare tutte le mie speranze uscendo risoluto dalla stanza. Sudata come dopo una lunga corsa, non riuscivo a decidermi di muovere il primo passo. Lottavo contro paure e preoccupazioni, mentre una sottile assurda eccitazione si stava impadronendo di me. Con infinita cautela mi voltai, sentii una fitta al pube che mi tolse il respiro. Il freddo del metallo sbatté sulla mia carne e mi ricordò la scomoda presenza di corpi estranei al mio. Un lento perverso bruciore mi stava percorrendo il corpo dal basso verso l’alto. La cosa era appena accettabile. Ancora immobile al lato dello studio sentii la tua voce che mi chiamava dall’ingresso. Esitai, ma iniziai ad infilarmi la giacca che non appena si appoggiò sui seni mi strappò un grido per il dolore che il solo sfiorarlo mi procurò. Nelle orecchie mi risuonava il tamburo del cuore, mentre goccioline di sudore andarono a bagnarmi la fronte. Mossi un passo e poi in altro e la mia mente registrò ogni piccola sensazione che provavo. La porta si chiuse alle mie spalle.
- sono indeciso se scendere con l’ascensore o le scale… – mi dicesti pensieroso osservando di sottecchi la mia reazione. Ebbi un vuoto allo stomaco pensando di scendere i gradini e il pallore del mio viso fu più chiaro delle parole che non dissi. Sorridesti appena, mentre aprivi la porta dell’ascensore
- che donna fortunata sei! Hai un padrone a cui sta a cuore il benessere della sua…. Proprietà! – marcasti di proposito sull’ultima parola studiando la mia reazione, ma mi forzai a rimanere in perfetto silenzio pur di non darti quella soddisfazione. Uscimmo fuori nell’aria frizzante. Alla macchina mi fermai fissando con orrore il sedile dove dovevo sedermi che mai mi era parso così basso.
- non so se riuscirò ad entrare e sedermi! – piagnucolai come una bambina Sbuffasti ridacchiando
- ti lamenti sempre!!! Non sei mai contenta! Si va in montagna… vuoi farti una sessantina di chilometri a piedi? Fai pure! – esclamasti e con la mano m’invitasti a farlo
- Scegli pure come.. io vado in macchina! – detto questo entrasti in macchina e mettesti in moto. Strinsi i pugni e aprii lo sportello fissando con angoscia il comodo sedile vicino al tuo, “devo farlo” mi ripetei un paio di volte e alla fine mi sedetti. Solo qualche secondo dopo mi accorsi che avevo trattenuto il respiro, ma l’impatto fu meno traumatico di quello che mi aspettassi. Cercai una posizione che mi facesse stare più comoda possibile, ma le tue parole mi fecero irrigidire.
- vedo che non ti è difficile ricordare di tenere le gambe aperte in mia presenza! – commentati ironico occhieggiando verso le mie ginocchia
- sto pensando di adottare questo sistema ogni volta che andiamo in macchina.. !- Evitai di guardarti o i miei occhi avrebbero parlato per me. Partimmo e il breve viaggio fu nell’insieme piacevole. Rimanendo ferma il dolore fu sopportabile e feci molta attenzione ad evitare inutili movimenti. Tu invece trovasti ogni scusa per farmi muovere, se non fossi stata tanto tesa ci avrei riso, da quanto fu comico, ma in quel momento tutto avevo fuorché la voglia di ridere… In poco tempo arrivammo al posto stabilito. Scesi dalla macchina con estrema lentezza e ti seguii fino al ristorante. Il locale era stato ricavato dai fondi di una casa in mezzo al paese. Probabilmente era adibito a stalle negli anni passati e di quel periodo manteneva intatta l’aria rustica rurale. I pavimenti in pietra, le travi di legno massiccio a vista, i soffitti bassi, un paio di caminetti e delle stufe di terracotta rendevano l’ambiente accogliente e rilassante. I tavolini erano coperti da deliziose tovaglie bianche, mentre non c’era una sedia uguale ad un’altra. Su ciascun tavolo spiccava un vasetto di fiori. Sulle mensole dei camini, nelle nicchie dei muri e sui ripiani sparsi nel locale erano accumulati un po’ alla rinfusa sculture di legno intagliato e oggettini della vita contadina, strumenti di lavoro, pannocchie di mais. Dal piatto di una stadera attaccata ad una trave scendeva una rigogliosa pianta d’edera. Osservai il tutto dall’ingresso rimanendo molto colpita dall’atmosfera d’altri tempi, così accogliente e rilassante. Mi mossi con cautela. Alcune persone si voltarono a guardarci e mi parve che quegli sguardi potessero “bucare” i miei indumenti e vedere com’ero “sotto”. Avvampai, mentre un sottile disagio mi prese. Ti sfiorai appena e tu mi prendesti la mano sorridendo. Ebbi la certezza che tu capissi perfettamente come mi sentivo e ti divertissi un mondo del mio imbarazzo, restandomi però vicino. Vidi avvicinarsi una signora sorridente con indosso il classico abbigliamento candido da cuoca. La salutasti e fu chiaro che già vi conosceste. Lei non ti fece dire altro e ci condusse al nostro tavolo. Solo che non ci accompagnò ad un tavolo di quelli che vedevo, no, ci portò verso un angolo della sala dove d’un tratto scorsi come un buco dove scomparivano degli scalini. Mi voltai a guardarti in cerca di spiegazioni. Tu invece sorridesti facendomi segno di scendere. La signora si raccomandò di prestare attenzione che gli scalini erano consunti. e in effetti notai che erano scavati nella parte centrale, mi chiesi quanti passi li avevano calpestati nel corso dei decenni.. Scendemmo così al piano inferiore e lì parve davvero di essere entrati nel passato. Nell’aria aleggiava il classico sentore pungente di cantina. Le pareti erano scavate letteralmente nella roccia tanto che si vedevano chiaramente i segni dei picconi. Rimasi affascinata sugli ultimi scalini a guardare. La signora ci fece cenno di proseguire, ma io le passai dietro con l’intenzione di scoprire il resto del piano. Le luci basse e gialle rendevano il tutto un po’ cupo, ma con un che di conturbante. Il dolore andava e veniva, leggero o acuto come ogni volta che mi si ergevano i capezzoli. Il fiato s’inceppava e poco dopo riprendeva un ritmo regolare. Mi guardai intorno affascinata dall’atmosfera che quel posto mi creava dentro. La signora colse il mio sguardo e fu ben lieta di mostrarmi ogni angolo del posto. Vedemmo così le altre due piccole stanze sulle cui pareti erano ordinatamente disposte file di bottiglie impolverate dal tempo, dove qua e là si intravedevano nel chiaro scuro delle luci basse, cesti di frutta e verdure messe nelle gerle. Il tour fu presto finito e lei ci portò di fronte ad una porta di legno scurito dal tempo, le cui assi erano ruvide e tenute insieme da stanghe di ferro e bulloni a vista. Ebbi appena il tempo di notare che sulla porta c’era una finestrella, tipo le guardiole dei conventi, che lei aprì la porta e fummo investiti da una vampata di calore e luce. Rimasi attonita a fissare la piccola stanza rotonda al cui centro spiccava un tavolo accuratamente apparecchiato per due persone: un candelabro con le candele già accese brillava al centro, due calici lucenti, una rossa scarlatta adagiata su un lato una bottiglia di vino nel secchiello del ghiaccio. Mi voltai verso di te con gli occhi che mi brillavano di piacere e sorpresa. In quel momento dimenticai le clips, il freddo che saliva dai piedi fino al pube, del metallo che artigliava la carne tra le gambe. La donna si mise di lato e ci invitò ad entrare, soddisfatta della mia reazione e del tuo compiacimento. Feci il primo passo e mi sfuggi un’esclamazione, quando mi resi conto di essere su una lastra di vetro che fungeva da pavimento, un paio di metri sotto si vedeva la fine di quello che doveva essere stato un silos, la terra del fondo era coperta da luccicanti monetine. Mi fermai, mentre un senso d’ansia mi prese, quando mi parve di camminare nel vuoto. Un brivido m’increspò la pelle della schiena e una fitta dolorosa ai seni mi ricordò istantaneamente delle presenza delle clips. La tua mano calda si posò sulle spalle e mi spinse gentilmente avanti. La signora uscì e chiuse delicatamente la porta. Rimanemmo soli, io inchiodata vicino alla sedia te che mi fissavi.
- allora che te ne pare? Ti piace la mia sorpresa? – mi chiedesti sorridendo Risposi al tuo sorriso imponendomi di superare il forte disagio che mi dava quel vetro sotto i piedi, il bruciore dei seni.
- è bellissimo! -esclamai con sincerità perché ero rimasta davvero colpita dallo scenario di quel pranzo inatteso e inusuale. Mi porgesti la tua giacca che io presi velocemente per appenderla all’attaccapanni. Non ebbi il tempo di prevedere che le clips avrebbero di nuovo palesato la loro presenza che sussultai alla nuova fitta. Chiusi gli occhi ingollando il grido e il dolore che provai in quel momento. Sbirciai la tua espressione, ma niente trapelava dai tuoi occhi. Con estrema cautela mi tolsi anche io la giacca. Tornai al mio posto ma quando stavo x sedermi, mi chiedesti di avvicinarmi. Il tono di voce freddo mi mise sull’avviso che qualcosa stava cambiando. Trattenendo il fiato mi posi al tuo fianco. Tu iniziasti a spiegare con una voce molto tranquilla ma che non m’ingannò per un attimo.
- questo locale è conosciuto oltre che per qualità della sua cucina, per questa saletta privata. Il cameriere che verrà con le portate busserà alla finestrella e da quella ci porgerà il vassoio, senza entrare. Saremo liberi d’essere e fare ciò che si vuole – gli occhi in quel momento ti brillarono giocosi
- potrei perfino chiederti di spogliarti…tanto nessuno ti vedrebbe. Hai notato che la finestrella è posta molto più in basso del viso? È ad un’altezza che non permette di vedere altro le che mani di chi dà o riceve il vassoio. Molto studiata la cosa… – ridacchiasti soddisfatto. Mi sentii partecipe delle tue fantasie e la mia eccitazione ebbe un’impennata. Seguendo l’istinto mi chinai a baciarti, ma il grido che mi uscì dalle labbra smorzò per un attimo l’atmosfera calda della stanza. Ebbi uno scatto indietro, ma trovai la tua mano che m’impedì di allontanarmi.
- dove vuoi andare piccola micia? Resta qui vicino a me… – Mi trovai in una posizione scomodissima con un dolore che mi riempì la bocca di saliva e il sudore che mi bagnò la fronte, mentre le tue labbra mi baciavano il collo e il viso.
- stai qui piccola micia, il tuo leggero soffrire ti fa brillare gli occhi e ti rende più bella – sussurrasti dolcemente. Mi morsi le labbra cercando di respingere il dolore che sentivo per essere come mi volevi tu. Mi rialzasti e potei tirare un pochino il fiato. Infilasti una mano nella tasca e ne tirasti fuori una lunga catenina che agganciasti all’anello di quella che pendeva dalla mia vita.
- vai fino alla porta per favore – quel tono leggermente formale mi causò un brivido di eccitazione. Con un mezzo sorriso accolsi la tua richiesta. Con molta con cautela mi mossi. Il mio cervello elaborò prima ancora di sentirle le conseguenze di quei passi. Sentii scorrere la catena sulla pancia e sullo stomaco, ma non fui preparata allo strappo, quando ad un passo dalla porta afferrasti la catena fermandola nel tuo palmo. Il grido mi si strozzò in gola facendomi retrocedere immediatamente. Per un attimo mi parve di vedere tutto attraverso un velo rosso. Sentii i battiti cupi del mio cuore risuonare impazziti negli orecchi. Ogni fibra si tese per arginare quel dolore così intenso che pareva non avere un epicentro, ma solo una chiazza pulsante di fuoco puro che bruciava tutto. Tentai di prendere fiato, ma il sollievo che cercavo non ci fu. Mi voltai verso di te, il viso che palesava la mia sofferenza.
- allora? arriva fino alla porta! Devo ripetere le cose che ti dico? Hai problemi d’udito? – I tuoi occhi parvero trapassarmi. Sentii il bruciore tra le gambe marciarmi la carne e i seni diventare due globi ardenti e pulsanti. La mente iniziò a confondersi. Era come se quel dolore diffuso spazzasse perfino i pensieri.
- muoviti! – il tono divenne basso e prometteva tempesta, ma ero come pietrificata, inchiodata a terra dal dolore e dall’ansia di provarne ancora.
- vai alla porta!- scandisti lentamente in un tono se possibile più freddo, ma anche questo richiamo cadde nel vuoto. Ero nel panico totale. Ti fissavo, ma il corpo non rispondeva più ai miei comandi. Vidi come in un film a rallentatore ogni tua mossa. Le tue gambe flettersi nell’alzarsi, gli occhi glaciali che mi trapassavano, la mano che, mentre ti avvicinavi arrotolava nel palmo la catena, finché non mi fosti a pochi centimetri dal viso. Alzasti lentamente la mano con la catena e mi sentii tirare su fino a pensare che la carne si sarebbe lacerata. Mi alzai sulle punte dei piedi fin dove potevo nella speranza di alleggerire quella micidiale trazione. La tua mano arrivò fino alla mia bocca. Il panico di prima era niente alla confusione che stavo vivendo. Il dolore era diventato più profondo e non mi capacitavo in che modo lo stessi subendo senza impazzire. Qualcosa mi serpeggiava dentro.. in una parte di me che raramente si faceva sentire. Una parte così profonda e a volte scomoda che se ne restava in silenzio, ma che adesso emergeva sotto la tua spinta
- baciala! – mi ordinasti con quel tono quasi metallico, estraneo alla tua persona. Per un attimo mi vidi in quell’assurda posizione: una ballerina in precario equilibrio sulle punte dei piedi, terrorizzata al solo pensiero che non avrei potuto resistere a lungo, e infine dover cedere alla gravità e poggiarmi sui talloni. E’ incredibile le energie che si scoprono del nostro corpo, quando è sotto stress. Ha risorse inaspettate, in quel caso disastrose perché mi permisero di rimanere a lungo sotto una tortura mai provata. Avvicinai le labbra e sfiorai il freddo metallo con un leggero bacio. Ero come sdoppiata, come se una parte di me guardasse l’altra che ubbidiva.