La mia umiliazione

Ho quarantasei anni, sono grasso, e ho un cazzetto ridicolo tra le gambe!

Le ragazze decisamente non fanno per me. Il mio aspetto fisico mi ha sempre fatto sentire insicuro, e perciò timido e impacciato. Le poche ragazze che ho mai avuto mi hanno sempre tutte lasciato (alcune persino facendomi cornuto – ma questa è un’altra storia), non appena scoprivano i miei segreti. Il primo segreto era sempre stato pateticamente facile da scoprire: non mi tirava. O per lo meno, non mi tirava in modo “normale”: non importa quante volte e con quanta pazienza e con quale fantasia le mie ragazze tentassero di farmi eccitare, mi rimaneva sempre floscio. Io a questo punto mi mostravo contrito e offrivo sempre di leccare le loro fiche e/o i loro culi. Le prime volte loro accettavano, ma ovviamente dopo una serie di tentativi tutti miserevolmente falliti, cominciavano a sentirsi offese e smettevano di celare la loro stizza. Cominciavano a insultarmi e chiamarmi frocio.

E ne prendo sempre tante
E ne prendo sempre tante

E qui scoprivano il mio secondo segreto. Perché io continuavo a fare la mia faccia da cane bastonato, ma ai loro insulti il cazzetto cominciava a diventarmi duro. Loro all’inizio non credevano ai propri occhi, fissando inorridite e affascinate al tempo stesso il mio cazzetto ingrossarsi ai loro insulti. Poi io confessavo (non che ce ne fosse davvero bisogno, ovviamente) quanto mi eccitasse essere umiliato, e proponevo loro di trovarsi un altro ragazzo e di farmi diventare il loro schiavo. A questo punto tutte si alzavano dal letto sbalordite e disgustate, si rivestivano e se ne andavano sbattendo la porta.

Tutte a eccezione di Liliana, a cui l’idea non dispiaceva affatto: per tre lunghi anni mi costrinse a lapparle la sborra del suo amante dalla topa e dal culo. Durante gli ultimi sei mesi della nostra “relazione”, mi costrinse anche a spompinare i suoi amanti per fargli drizzare l’uccello prima di scopare davanti a me: con le mani legate dietro la schiena, dovevo poi rimanere in ginocchio ai piedi del letto leccandole le ditina dei piedi mentre lei si faceva chiavare. Si continuò così finché Liliana si innamorò perdutamente di un altro e decise che io ero soltanto un peso. Trovò un modo particolarmente sadico di troncare la nostra relazione: disse al suo nuovo ragazzo che avevo tentato di farle delle avances, e gli chiese di farmela pagare. Quella notte, dopo che gli ebbi succhiato l’uccello, mi portò in bagno, mi legò e mi riempì di botte. Poi andò a scoparsi Liliana, ma ogni ora tornava in bagno, mi riempiva di pugni e mi infilava l’uccello in bocca. La mattina seguente, dopo l’ultima razione di botte, avevo gli occhi talmente gonfi che non riuscivo neanche più ad aprirli, e le labbra così tumefatte che non riuscivo più ad aprire la bocca, ma solo a estrarre la lingua. Per cui lui si fece leccare l’ano. Questa era la mia umiliazione.. ma quanto mi piaceva in realta’ essere umiliato.

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Per cui non mi sono mai sposato e vivo ancora con i miei. Che mi frustano come quando ero un regazzino.

Spendo i miei fine settimana riavendomi dai venerdì pomeriggio, giorno in cui a casa mia si impartisce la disciplina per tutti gli sbagli e le mancanze che ho commesso durante la settimana. Una dimenticanza, una risposta data men che a tono, una sbadataggine: la lista delle possibili mancanze è infinita.

E questo venerdì non è differente. Appena tornato a casa dall’ufficio mia madre mia ha ordinato di prepararmi mentre lei prendeva il battipanni di vimini dal ripostiglio. “Prepararmi” significa spogliarmi nudo e mettermi in piedi in un angolo di camera mia con la faccia al muro e aspettare che lei arrivi. E’ una consolidata tradizione familiare (risalente a quando avevo quindici anni) che la prima battuta del venerdì la prenda da mia madre con il battipanni.

Mia madre non spreca mai molto tempo. Mentre io me ne sto nell’angolo nudo con le mani dietro la schiena, mi elenca le varie mancanze che ho commesso durante la settimana dopo l’ultima sessione passata sotto il suo battipanni.

Quando ha finito mi ordina di mettermi a quattro zampe sul letto con le gambe bene aperte. Io obbedisco, appoggiando le mani contro il muro al di sopra del letto. In questa posizione, il mio sedere nudo è in posizione perfetta per le bastonate, mentre mia madre può osservare se il cazzetto e le balle mi pendono tra le gambe divaricate o solo le balle. Se solo le balle sono visibili vuol dire che ho il cazzetto duro, e in questo caso mia madre – prima di picchiarmi con il battipanni – mi fa alzare in piedi, si toglie una ciabatta e mi picchia sul cazzetto duro fino a quando non mi si affloscia. Se vengo sulla ciabatta (come spesso accade), allora me la fa leccare e poi comincia ad adoperarla sulla mia faccia, rifilandomi sempre non meno di un centinaio di schiaffi. Quando è finalmente pronta per frustarmi con il battipanni la mia faccia è viola e gonfia al punto che non riesco nemmeno più ad aprire la bocca. E io continuavo ad amare questa umiliazione.

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